martedì 22 ottobre 2024

Vita di Moussa Diarra ucciso dalla Polfer, oltraggiato da Salvini

VERONA Presidio alla stazione di per ricordare il 26enne del Mali. Gli amici: «Non si risponde con le armi al disagio sociale e psichico»

In tanti si sono recati ieri sera alla stazione di Verona per ricordare con mazzi di fiori Moussa, il 26enne del Mali ucciso. L’episodio è accaduto domenica di prima mattina. Il giovane, in evidente stato di disturbo psichico, avrebbe tentato di aggredire tre poliziotti della Polfer con un coltello, uno dei quali gli ha esploso contro tre colpi di pistola, uccidendolo. Ma se la dinamica dell’episodio, attualmente al vaglio della magistratura, è ancora da chiarire, la politica non ha perso tempo a cavalcare il fatto. A Verona, l’opposizione di destra si è immediatamente scagliata contro i migranti e le politiche, a loro modo di vedere, troppo permissive della Giunta guidata dal sindaco Damiano Tommasi. Non poteva mancare un intervento a gamba tesa di Matteo Salvini che ha scritto sui social: «Con tutto il rispetto, non ci mancherà. Grazie ai poliziotti per aver fatto il loro dovere».

MA CHI ERA, QUESTO ragazzo del Mali che non mancherà al leader della Lega? Moussa Diarra, questo il suo nome, era fuggito dalla guerra che insanguina il suo Paese. Sognava di lavorare nei campi in Italia, come suo fratello. Sbarcato a Lampedusa nel 2016, dopo aver attraversato l’inferno libico, è stato ingabbiato nel Cas veronese di Costagrande, struttura ora chiusa e tristemente famosa per le condizioni in cui tratteneva i suoi “ospiti”. Qui Moussa aveva avviato la trafila per un permesso di soggiorno umanitario e cercare lavoro. Quando l’hanno rimesso in libertà, soffriva oramai di depressione e di disturbi psichici. Ma fuori del Cas, per Moussa, come per tanti altri, non c’è niente.

domenica 20 ottobre 2024

Porto di Venezia, sciopero a oltranza contro il bando iper precario

Proteste Operaie La lotta va avanti da quattro giorni. Il testo rischia di fare da apripista per tutte le altre autorità: «A rischio la sicurezza» 


Sciopero, sciopero ad oltranza. Da quattro giorni, i lavoratori del porto di Venezia hanno incrociato le braccia e si sono riuniti in assemblea permanente, fermamente decisi a non tornare sulle banchine sino a quando non sarà ritirato il contestato bando varato dall’Autorità Portuale che determina i parametri del lavoro temporaneo. Uno sciopero proclamato mercoledì 16, dopo l’inevitabile rottura del dialogo col presidente dell’Autorità dell’Adriatico settentrionale, Fulvio Lino Di Blasio, che ha alzato un muro davanti alle richieste dei portuali.


Uno scontro durissimo, come non se ne vedeva da tempo nel nostro paese. Uno scontro che ha visto mobilitarsi tutte le sigle sindacali e occupazionali del porto: Filt Cgil, Fit Cisl, Uilt e la cooperativa Nuova Compagnia Lavoratori Portuali. Uno scontro che non ha come posta in palio solo il futuro occupazionale dei portuali di Venezia. Il nuovo bando infatti è solo un apripista per simili provvedimenti che minacciano di essere varati in tutte le altre realtà portuali d’Italia. Anche per questo, manifestazioni di solidarietà e l’invito a tener duro, ai 120 portuali di Venezia, sono arrivati da tutti gli altri lavoratori dei porti d’Italia, da Ravenna a Monfalcone, da Trieste a Napoli. Gli storici camalli di Genova si sono dichiarati pronti a scendere in agitazione a fianco dei portuali veneziani per fermare il bando.