sabato 9 maggio 2026

Contro genocidio e precariato, la protesta ferma la Biennale

ARTE E POLITICA Una trentina i padiglioni chiusi. Tensioni con le forze dell’ordine al corteo ProPal

La Biennale ha chiuso le sue porte per tutta la giornata di ieri. Una trentina di padiglioni nazionali ha risposto all’appello lanciato da Anga (Art not genocide alliance), collettivo indipendente di artisti e lavoratori del settore dell’arte, e ha sbarrato l’accesso alle esposizioni in segno di protesta contro il genocidio e il precariato. Scene mai viste in tutta la lunga storia della rassegna d’arte internazionale, quelle di ieri nei Giardini dell’Arsenale. Ingressi dei padiglioni sprangati mentre curatori, lavoratori, artisti e performer se ne stavano seduti per terra lì davanti reggendo cartelli in inglese e in altre lingue che riportavano frasi come «la Palestina è il futuro del mondo». Oppure: «Il precariato uccide l’arte». Visitatori, tutt’altro che infastiditi, chiacchieravano con i manifestanti facendo domande e solidarizzando con le loro richieste. Richieste che, per la prima volta, sposavano due questioni che solo apparentemente sono diverse: il precariato e la guerra.
«IL PRECARIATO dei lavoratori nel settore dell’arte è una piaga alla quale nessun governo ha voluto porre un freno – spiega davanti al padiglione olandese un attivista Anga, che chiede l’anonimato -. Dicono che non ci sono risorse ma i finanziamenti per la guerra e per supportare regimi genocidari come quello di Israele li trovano sempre. Per questo noi di Anga crediamo che manifestare per i propri diritti sindacali e nello stesso tempo chiedere il rispetto delle regole internazionali boicottando quei governi che le violano siano la stessa battaglia. Una battaglia internazionale perché coinvolge tutti gli Stati del mondo. La Biennale d’arte di Venezia in questo senso è un perfetto palcoscenico».

mercoledì 6 maggio 2026

Biennale, più di cento artisti: «No all’artwashing di Israele»

BIENNALE Primo sciopero nella storia dell’Esposizione: domani lavoratori fermi per 24 ore

Lo hanno chiamato «il padiglione del genocidio». I visitatori vengono accolti da personale gentilissimo che regala belle borse in tela dove infila eleganti depliant. L’installazione artistica di Belu-Simion Fainaru, «The Rose of Nothingness», consiste in una grande piscina rettangolare foderata di nero dove piovono gocce d’acqua a simboleggiare le lacrime versate dagli ebrei durante l’olocausto. Lacrime che nel futuro sono servite a fecondare la Terra Promessa. Stiamo parlando del padiglione di Israele alla Biennale d’Arte di Venezia e, nelle intenzioni dei curatori, l’installazione altro non sarebbe che un messaggio di pace e fraternità.
A far invece chiudere il padiglione, ricordando che in quella Terra Promessa si sta compiendo un genocidio, ci hanno provato 113 artisti internazionali e 18 team di padiglioni nazionali riuniti nella sigla Anga (Art Not Genocide Alliance), collettivo internazionale di lavoratori nel settore dell’arte, con una lettera inviata ai vertici della Biennale. Lettera che è stata ignorata.

Le Pussy Riot «assediano» il padiglione russo

LA PROTESTA Nella mattinata di ieri, subito dopo l’apertura dei cancelli della mostra ai Giardini dell’Arsenale, una trentina di attiviste ha messo in scena un coloratissimo corteo che si è diretto verso il padiglione russo

Sono solo loro le protagoniste della più spettacolare performance di questa 61esima edizione della Biennale d’Arte di Venezia: le Pussy Riot. Nella mattinata di ieri, subito dopo l’apertura dei cancelli della mostra ai Giardini dell’Arsenale, una trentina di attiviste ha messo in scena un coloratissimo corteo che si è diretto verso il padiglione russo. Passamontagna rosa a coprire il volto, fumogeni dello stesso colore, vestiti succinti rigorosamente neri, seni scoperti con scritte in pennarello anti Putin, e musica punk a tutto volume.

venerdì 1 maggio 2026

Venezia, la Rai vende Palazzo Labia: destinazione d’uso anche turistica

La Rai vende i gioielli di famiglia e, tra questi, c’è uno degli edifici storici più belli d’Italia: il settecentesco Palazzo Labia che si specchia con la sua pietra d’Istria sul Canal Grande di Venezia e che contiene uno straordinario ciclo di affreschi di Giambattista Tiepolo. Il palazzo ospita la sede Rai del Veneto, nel cuore di Cannaregio, a due passi dalla stazione di Santa Lucia, accanto all’omonima chiesa.
Non è la prima volta che la Rai tenta di sbarazzarsi dell’immobile per fare cassa, spostando la sede regionale in terraferma. La delibera del consiglio di amministrazione che dà il via libera alla vendita risale al luglio del 2022. Con Palazzo Labia a essere messi sul mercato dalla Rai ci sono altri storici edifici, 15 per l’esattezza, tra cui, per citare quelli di maggior pregio, il Teatro delle Vittorie a Roma, il palazzo della Radio di via Verdi a Torino e altre sedi e teatri di posa situati in altre città italiane come Firenze, Genova, Milano e Cagliari.