martedì 23 agosto 2011

L’accoglienza indegna

E questa la Caritas e la Regione Veneto la chiamano accoglienza! Nascosti e isolati da tutto e da tutti: lontani dalla città, senza mezzi per muoversi e senza nessun referente o operatore che fornisca loro delle informazioni. Assistenza medica quasi inesistente. Corsi di italiano e supporto legale? Nemmeno a parlarne.
Molti di loro vorrebbero fare richiesta d’asilo ma non trovano uno straccio di referente disposto ad ascoltarli. A parte il vitto e l’alloggio non hanno niente. E i luoghi in cui dormono, nella periferia veneziana, consistono in un capannone e in un piccolo edificio assolutamente inadeguati. E poi si viene a sapere di malattie, problemi respiratori, traumi psico-fisici in seguito alla traversata coi barconi verso Lampedusa. Gli attivisti delle varie associazioni per la tutela dei diritti umani che sono riusciti ad entrare in contatto con loro, raccontano di persone abbandonate a se stesse.
E’ toccato proprio a questi ragazzi - a loro che dalla Prefettura si sono visti sdegnosamente rifiutare qualsiasi proposta di collaborazione sull’accoglienza dei migranti - raccogliere le richieste di assistenza dei profughi, ascoltare i loro comprensibili sfoghi, offrire informazioni legali, corsi di italiano e accompagnarli dai medici messi a disposizione da Emergency. I pochi operatori preposti, spiegano gli attivisti, passano velocemente per lo stanzone, senza mai soffermarsi, con la scusa che debbono occuparsi di troppe strutture in tutta la Regione. Intanto, ci sono stati anche casi di molestia sessuale, come quello compiuto al porto da un italiano nei confronti di un ragazzo ghanese, per non parlare di altri “approcci” insistenti da parte di gruppi di individui appostati nell’area portuale.
Il calvario, per queste persone che hanno vissuto la guerra, la fuga, la traversata e la detenzione a Manduria o in altri centri, continua anche qui, al porto di Venezia. D’altronde, la vicenda era già partita col piede sbagliato sin dall’inizio. Dal governatore Luca Zaia che prima parla di “civile accoglienza” ma immediatamente, di fronte alla levata di scudi della sua stessa base leghista, delega tutto alla Prefettura di Venezia, assolutamente impreparata a gestire politicamente e operativamente la faccenda. Il quadro nazionale non è migliore. Rinominati, su richiesta europea, “profughi” invece di “clandestini”, i migranti in arrivo dalla Libia, perlomeno teoricamente, sono promossi “degni di essere accolti” nel nostro paese, sfuggendo al triste destino dei tanti respinti che pure non erano diversi da loro. Accoglienza, quindi. Ma di quale accoglienza stiamo parlando? Da un lato, il governo ha volutamente creato uno “stato d’emergenza” che ha condotto a pratiche di accoglimento (spesso tradotte in pratiche di detenzione) in deroga all’ordinamento giuridico portando avanti al tempo stesso – attraverso i mass media – una retorica della paura e una “teoria dell’invasione” che continua a permeare il dibattito pubblico. Dall’altro lato, a livello di gestione locale, nella Regione Veneto hanno regnato confusione, incompetenza e propaganda politica con derive xenofobe su cui la Lega l’ha fatta da padrona a casa nostra. La Prefettura, presa tra l’incudine e il martello, si è limitata a redarre convenzioni ad hoc con associazioni e vari enti locali. Nella Provincia di Venezia la gestione dell’accoglienza dei profughi è in gran parte in mano alla Caritas. Ma si può parlare di “accoglienza” stipare delle persone in un capannone e portargli da mangiare due volte al giorno? Il tutto in un clima assurdamente “top secret” considerando che Regione e Prefettura hanno sempre risposto picche alle richieste di sapere dove e come è gestita questa famosa accoglienza. La presenza dei migranti al porto di Venezia è stata segnalata solo grazie ad alcuni lavoratori dei cantieri navali che avevano notato dei ragazzi africani vicino alla dogana portuale di Marghera. E’ bastata una breve (e non autorizzata) ispezione degli attivisti dei diritti umani per far esplodere il caso sui giornali locali. Il referente Caritas, don Dino Pistolato, ha immediatamente negato la veridicità delle affermazioni e respinto le proteste di tutti i migranti intervistati. Ma poi ha ammesso che “siamo ad agosto” e che “gli operatori hanno il diritto alle ferie”. Con loro, evidentemente, se ne sono andati in ferie anche i diritti umani.

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