martedì 1 settembre 2026

Moschea a Venezia. Lo sciopero si arena per paura e divisioni. Una guerra di religione tutta interna alla destra

RETROFRONT La comunità bengalese non segue il promotore Prince Howlader. E lui si rimangia la proposta di «bloccare la città». Fredda la Cgil


VENEZIA Non ci sarà nessuno sciopero per la moschea. È bastato poco per far fare retromarcia a Prince Howlader, l’autoproclamatosi presidente dell’associazione islamica «Giovani per l’Umanità» ed affiliato di Fratelli d’Italia, che aveva minacciato di paralizzare l’intera città se il neo eletto sindaco Simone Venturini non avesse mantenuto fede all’impegno di realizzare una moschea in quell’area dismessa e degradata a due passi dalla stazione di Mestre. Alla freddezza della comunità islamica, divisa tra tante associazioni e spaventata dal clima di odio alimentato dalla destra nei loro confronti, ha subito fatto seguito il muro dei sindacati. «Nessuno scambio tra fede e diritti – ha tagliato corto Daniele Giordano, segretario generale della Cgil -. Si riapra piuttosto il dialogo tra le parti». Lo stesso Howlader, privato dell’appoggio della sua comunità che ha fatto capire come non rappresenti tutti i mussulmani di Venezia, è subito rientrato nei ranghi affermando che la sua non intendeva essere una minaccia o una provocazione: «Non vogliamo bloccare tutto ma siamo pronti a manifestare con la preghiera».


MA LA QUESTIONE “Moschea sì, moschea no” continua comunque tenere banco tanto in laguna quanto in terraferma e, tra calli e campielli, non si parla d’altro. Il più delle volte a sproposito. Quella che, senza strumentalizzazioni, sarebbe solo una questione urbanistica da governare secondo criteri di gestione del territorio e degli spazi urbani, è diventato un terreno di scontro tutto interno alla destra che ne ha fatto una guerra di religione col risultato di chiudere tutte le porte a quel progetto, nato sotto la benedizione dell’ex sindaco Luigi Brugnaro, che sarebbe certamente andato in porto, se in piena campagna elettorale la Lega, preoccupata dai vannacciani, non avesse puntato tutta la sua comunicazione sullo slogan «No Moschea». Venturini ha dovuto allinearsi e fare retromarcia sui promessi permessi urbanistici, trincerandosi dietro una non meglio specificata richiesta di «integrazione» alla comunità islamica prima di ogni concessione.

«È RIDICOLO CHE il Comune chieda integrazione quando è lui stesso a bloccarla», spiega Annibale Biggeri, docente di statistica medica all’università di Padova e autore di numerosi studi sulla comunità bengalese di Marghera. «Parliamo di un Comune che non ha mai voluto incontrare le comunità islamiche o collaborato ai progetti di inclusione nelle scuole. Per non parlare del censimento delle moschee che ora si sono inventati, senza avere neppure idea di cosa sia una moschea». Censimento che ha portato alla chiusura di tre spazi di preghiera definiti dal Comune «moschee abusive». Capannoni e immobili chiusi solo perché i fedeli si inginocchiavano sul tappeto di preghiera e al locale è stato contestato un cambio di destinazione d’uso da «centro culturale» a «luogo di culto» con conseguenti maggiori restrizioni.

SUMIYA BEGUN, SECONDA generazione, eletta alla municipalità di Marghera col Pd, è molto cauta. Ogni suo post sui social viene divorato con commenti inqualificabili e offensivi. «Come musulmana mi piacerebbe avere un luogo dove pregare – spiega – ma concordo col Comune che la struttura deve essere in regola. Vorremmo incontrare l’amministrazione per discuterne, ma non siamo mai stati convocati». «Da dieci anni, con l’arrivo di Brugnaro, il Comune ha chiuso le porte al dialogo interreligioso. A Venezia ci sono anche induisti, buddisti, evangelici, ortodossi e altre confessioni – aggiunge l’antropologo Gianfranco Bonesso, già responsabile del Servizio Immigrazione del Comune-. Abbiamo lanciato appelli firmati anche dal Patriarcato per un tavolo di concertazione sulla libertà religiosa. Non ci hanno mai degnato di una risposta».

PIÙ FACILE, PER LE DESTRE, urlare all’invasione islamica che mettersi a discutere. «No alla moschea a Venezia e in tutta Italia», insiste Matteo Salvini annunciando una proposta di legge per fermare tutti i nuovi insediamenti islamici. L’eurodeputata FdI Elena Donazzan ha applaudito il rigore del sindaco, spiegando che le moschee non possono diventare un diritto e chiedendo l’obbligo della lingua italiana nelle preghiere dei fedeli. Ancora più dura la collega Anna Maria Cisint che ha definito la minaccia dello sciopero «approccio sovversivo tipico di un islam radicale» che nasconde una strategia di «conquista dell’Occidente» e di «sostituzione culturale»

Nessun commento:

Posta un commento