
Lo hanno tenuto due giorni in questura per accertamenti e poi ingabbiato nel cpt di Gradisca. Neanche un avvocato ha visto. In gabbia ha cercato di parlare con qualcuno. Magari voleva spiegargli che non era una bestia. Ma al cpt ci va solo uno psicologo una volta alla settimana. E gli “ospiti” sono tanti. Così Sabri ha fatto lo sciopero della fame e della sete. Gliene fosse fregato qualcosa a qualcuno. Otto giorni dopo è cascato per terra nel cortile delle sbarre. Uno degli “ospiti” allora ha telefonato all’ambulanza. “La prossima volta – gli hanno spiegato gli operatori umanitari che gestiscono il cpt – ti denunciamo per procurato allarme e sono cazzi per te”. Non è arrivata l’ambulanza ma la questura. “Mi hanno portato su uno di quegli angoli dove non ci sono le telecamere –racconta Sabri – e sbattuto con la testa sul muro. Poi sono svenuto e mi sono ritrovato in questo letto d’ospedale con la flebo”. I ragazzi di Razzismo Stop mi hanno spiegato che Sabri ha tutte le carte in regola per chiedere un permesso di soggiorno per protezione umanitaria. La sua compagna tra l’altro è italiana, e un avvocato dell’associazione ha segue la domanda al Cir. Le speranza però sono praticamente zero. La pratica d’espulsione, per chi finisce in un cpt, corre sempre più veloce.
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