
Per accogliere il presidentissimo Usa come si merita, il Presidio permanente, i comitati autogestiti, le associazioni, i partiti della sinistra pacifista della città berica, hanno rimesso in moto il meccanismo partecipativo già rodato nella grande manifestazione di febbraio, preparandosi ad invadere pacificamente una Roma dove, ha assicurato la questura, non saranno predisposte Zone Rosse, ma solo cordoni di sicurezze, pur imponenti, attorno ai luoghi in cui transiterà il presidente Usa. Vedremo se è vero.
La sinistra pacifista torna quindi in piazza per ribadire il suo deciso «no» ad una politica di guerra permanente. E lo fa come è tradizione della sinistra: divisa. L’appello lanciato dalla senatrice di Rifondazione Lidia Menapace, e sottoscritto da altre personalità come Heidi Giuliani, Fosco Giannini e altri, per una «manifestazione unitaria contro la nefasta politica di guerra del governo Usa» non ha convinto quanti hanno sottolineato che questa «nefasta politica» è esattamente la politica estera del nostro Governo, pur eletto anche con i voti dei pacifisti. «Ci sembra ipocrita aderire ad un appello che pretende di scaricare tutte le colpe su Bush – ha commentato Cinzia Bottene, una delle voci più autorevoli del Presidio permanente – come se il nostro Governo non avesse approvato il rifinanziamento della missione in Afghanistan, non avesse aumentato le spese militari, non partecipasse programmi come lo scudo stellare. O non concedesse, come a Vicenza ma non solo, spazi agli Usa per farne basi militari, in barba alla volontà della cittadinanza».
Gli aderenti all’appello della Menapace [Rifondazione, Comunisti italiani, Fiom, movimenti vicentini vicini al Comitato più diritti e democrazia …] si ritroveranno alle ore 15 in piazza del Popolo. Per gli altri [disobbedienti, verdi –perlomeno quelli in partenza da Vicenza e dal Veneto -, vicentini vicini al Presidio Permanente …] l’appuntamento è alla stessa ora ma a piazza della Repubblica per sfilare in corteo sino a piazza Navona. A coloro che sognano una sinistra unita, non resta che augurarsi che sabato a Roma scenda tanta di quella gente per le strade da riempire tutti gli spazi tra il corteo e il sit in. «Sarebbe bello. E sarebbe bello anche che Prodi si mostrasse disponibile a fare quanto era stato promesso nel programma dell’Unione e ad ascoltare i cittadini prima di varare opere come il Mose a Venezia o la nuova base a Vicenza – commenta Olol Jackson, altra voce del presidio -. Nell’attesa, è bene ricordare che, per fortuna e a differenza dei partiti, i movimenti non soffrono la sindrome del Governo Amico».
Sindrome da cui i vicentini sono improvvisamente guariti lunedì 28 maggio, stando perlomeno ai risultati usciti dalle urne delle amministrative provinciali. Più precisamente, ai risultati «non» usciti dalle urne. Il 41,6 degli elettori se ne è rimasto a casa. Percentuale che sale quasi al 50% se si considera la sola Vicenza. Non male per una città che non faceva mancare il suo quorum neanche ai referendum dei radicali. A perdere sono stati soprattutto i partiti di governo. Il democratici praticamente sono nati già morti [-17%]. Hanno tenuto – non come numero di voti ma in percentuale - Lega e Forza Italia. Benino anche i partiti rossi e verdi [un 5% in più complessivamente], pur se l’impressione è che anche qua si sia fatta sentire la sfiducia degli astensionisti. Ma se consideriamo un significativo 5,6% di schede bianche o annullate, si può calcolare che il nuovo presidente della provincia berica, il leghista Attilio Shneck, è stato eletto con meno di un quarto del consenso degli aventi diritto. Una volta c’erano le percentuali bulgare. Questa è una percentuale di votanti da Stati Uniti. «I vicentini hanno capito che la politica non si fa più solo col voto perché solo votando non si riesce a far cambiare politica a chi comanda» taglia corto Cinzia Bottone. E lo hanno dimostrato quei trecento vicentini che domenica sono andati a contestare Prodi al festival dell’economia di Trento. Il premier è rimasto impietrito quando, appena preso la parola, ha visto gli striscioni No Dal Molin alzarsi anche tra il pubblico presente nell’elegante sala congressi di Santa Chiara. Tra cori, fischi e l’oramai classica «spignattata», gli organizzatori sono stati costretti a chiamare la battagliera Cinzia Bottone sul palco per un intervento. Un paio di minuti per ribadire duramente al presidente del consiglio che Vicenza ha scelto un futuro senza basi. Un paio di minuti che Prodi ha trascorso senza muovere un muscolo, per riprendere poi il suo discorso esattamente da dove era stato interrotto. Neanche la soddisfazione di un rimbrotto. «Non mi aspettavo una risposta –ha commentato Cinzia -. Se avesse voluto ascoltarci lo avrebbe fatto prima. Ma non cambia niente per noi. Prima o poi gli faremo intendere i nostri diritti. Domenica gli abbiamo rovinato la festa dell’economia. Sabato andiamo a rovinargli l’incontro con Bush e a ricordare a tutti che la nostra città non è in svendita».
La Vicenza pacifista ha preparato la vacanza romana con un importante convegno, giovedì sera al teatro Astra, che ha messo in chiaro come cambierà la città nel caso fosse realizzato l’aeroporto militare. Per la prima volta infatti, una commissione tecnica ha potuto esaminare il progetto esecutivo della nuova caserma e il rapporto della riunione tra le municipalizzate vicentine, la Setaf [Southern European Task Force] e la Nesco [lo studio di architettura con sede a Roma che disegna tutte le basi Usa europee. In altre parole, una «longa manus» del Pentagono, considerato che non ci crede nessuno che gli statunitensi si facciano progettare le basi da un qualunque gruppo di architetti].
«Innanzitutto va sottolineato che avere questi documentazione non è stato affatto facile – ci racconta l’ingegnere Guglielmo Verneau, uno dei coordinatori dell’equipe tecnica – E questo è contrario a tutte le regole nazionali ed europee sulla trasparenza della cosa pubblica. Un progetto va esaminato prima della sua approvazione da tutte le parti in causa, cittadinanza compresa, e non tenuto nascosto come è stato fatto in questo caso. Credo come cittadini che dovremmo imparare ad usare di più l’arma della denuncia e non solo quella dell’esposto, per farci consegnare dalle amministrazione le informazioni cui abbiamo diritto. In secondo luogo, la cosa che appare più evidente è che… ci hanno raccontato un sacco di balle!» L’aeroporto civile, intanto. Il sindaco Enrico Hullweck ha ribadito in più occasioni che la base Usa non avrebbe pregiudicato la funzionalità dell’aereoporto civile. «Ed invece se si fa la base - continua Verneau – possiamo metterci una bella croce sopra all’aeroporto civile. Il decreto legge sulla sicurezza aerea è chiarissimo, e così anche quello che determina i limiti di edificabilità attorno alle piste militari. E d’altra parte, era credibile che la più grande base aerea Usa del Mediterraneo sorgesse a soli 135 metri da una pista civile?» La seconda balla è quella dell’allargamento della Ederle per fare «solo un dormitorio in più». «Altro che allargamento. Stiamo parlando di un’area di 440 mila metri quadri a dieci chilometri dalla Ederle. Questa è una seconda base con 80 mila metri quadri coperti. E di tutto ciò le camerate dormitorio sono solo l’8%. Nessuno può sapere cosa conterrà il resto dell’edificato. Ma certo non brande». Terza balla. E bella grossa anche questa. La base Usa ai vicentini non costa niente. «Qui ci è bastato leggere la relazione presentata alle municipalizzate. Altro documento a parole pubblico e nei fatti tenuto nascosto con tutti i sistemi più o meno leciti. Soltanto tra acqua, fognatura ed energia elettrica, la nuova base consumerà l’equivalente di 30 mila abitanti –conclude l’ingegner Verneau-. Che vi devo dire? Son spreconi i militari. Tanto è tutta roba nostra che loro pagano a meno di metà prezzo, con esenzione di imposta e tariffe agevolate».
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