domenica 10 agosto 2008

Xenofobia e politica in via Vallenari

I primi ad essere stati sorpresi, da tutto il trambusto mediatico costruito su quello che doveva essere un semplice trasferimento cinquecento metri più là, sono proprio loro, i sinti di via Vallenari. Centosessantanove persone divise in tre grandi gruppi familiari. Tutti cittadini italiani. Tutti residenti nel Comune di Venezia sin dai primi anni ’50, quando la comunità si stabilì in quell’area di campagna tra Mestre e Favaro Veneto messa a loro disposizione dalla curia patriarcale.
Davide, uno degli operatori dell’Etam che segue la comunità, è sorpreso quanto loro. “Sono dieci anni che il Comune aveva promesso di spostare il campo. Sin da quando la municipalità aveva avviato il patto di quartiere per accedere ai finanziamenti statali”. Finanziamenti che poi non sono arrivati, così l’amministrazione ha dovuto trovare i fondi “grattando” tra le varie manovre finanziari ma ritardando l’avvio dei lavori di dieci anni. “Ma era un progetto su cui tutti erano d’accordo – continua Davide – Pure la Lega... tanto è vero che anche la Regione Veneto non si era mai sognato di opporsi. E a che scopo poi? E’ una comunità perfettamente integrata, che non ha mai dato problemi. Non ha nessun senso, se non quello di una vergognosa manovra politica, impedire il trasferimento in un’area vicina, con dei prefabbricati appena appena decenti e, quello che ora gli manca, docce e bagni sufficienti per tutti”.
Su 169 persone, mi spiega Davide, solo una è in affidamento ai servizi sociali: un disabile del lavoro cui comunque è stata riconosciuta l’invalidità e a luglio otterrà la pensione sociale. “Noi dell’Etam seguiamo il campo solo per via del trasferimento”. Anche per quanto riguarda i minori, mi spiega, vanno tutti a scuola e nessuno di loro ha bisogno di essere seguito dagli operatori sociali. Nel campo, mi avverte Davide, ne vedrai pochi giocare davanti alle ruolotte perché si sono presi quasi tutti l’epidemia di morbillo che sta falcidiando i ragazzini delle scuole elementari di Mestre. Ma allora perché è nato tutto ‘sto casotto? Al “perché” ci passiamo vicino, andando al campo. Un gazebo coperto di bandiere padane. Quattro donne eleganti sedute dietro un banchetto pieno di volantini. Cartelloni con scritte del tipo: “Gli alluvionati aspettano da 5 anni i risarcimenti. Il sindaco regala le case con le piscine agli zingari”. “Ah, le piscine –sorride il mio accompagnatore – questa è davvero bella. La piscina in questione è la polla d’acqua che il consorzio di bonifica ha ordinato al comune di realizzare perché lo scarico non ce la fa a smaltire l’acqua piovana”. Arriviamo al campo che sono le cinque di pomeriggio. L’ora in cui gli uomini sono tornati dal lavoro e scaricano il ferrovecchio raccolto in ampi contenitori. Non è molto grande, il campo: una ventina di ruolotte, un’altra ventina di fabbricati con zerbini alla porta e gerani alle finestre. La vera “casa” dei sinti è la strada, tra una ruolotte e l’altra. Tavolini con bottiglie di acqua e menta, fornelletti col caffè che borbotta, sdraio, tendoni parasole. I bambini che hanno già fatto il morbillo giocano per strada. Gli altri li guardano con i musetti pieni di puntini rossi, premuti sulle finestre. La diffidenza nei miei confronti dura solo un paio di minuti. “E’ venuta una tua collega di Rete Quattro. Ha filmato tutto il campo. Ci ha intervistati tutti – mi racconta Paolo, un omone che ha fatto 18 mesi di bersagliere in Sardegna e conserva ancora il cappello con le piume -. Poi ha mandato in onda solo le dichiarazioni dei leghisti e mentre Emilio Fede leggeva il servizio, sullo sfondo scorrevano immagini di repertorio con gli sbarchi dei clandestini”
Giuro e spergiuro che o io non ho “colleghi” a Rete Quattro e che, se non li disturba lasciarmi scattare qualche foto, Carta pubblicherà solo quelle. Dicono subito di sì. Solo mi pregano di non fotografare le persone. “Abbiamo dei problemi poi al lavoro. Quando andiamo in giro col furgone nessuno sa che siamo sinti e ci trattano normalmente. Ma se ci vedono nel giornale... abbiamo imparato che la gente fa presto ad arrendersi ai pregiudizi” mi spiega. “Per favore, non fotografare neppure i bambini. Poi a scuola si vergognano perché li scherzano e li chiamano zingari” mi chiede Sandro che, come poi verrò a sapere, è il pronipote diretto di uno dei miei miti del jazz: il chitarrista Django Reinhard. D’accordo allora. Niente scatti alle persone. La loro fiducia ha comunque dell’incredibile, considerato che mi lasciano libero di puntare l’obbiettivo in qualsiasi direzione. Neanche il tg 4 è riuscito a fargli capire come funziona il mondo di fuori. “Quando andiamo a Favaro (via Vallenari è a Mestre, ma la piazza di Favaro è quella più vicina al loro campo.ndr) – mi racconta Andrea che è uno dei pochi sinti che non lavora col ferro ma in una ditta di gonfiabili di gomma – la gente che conosciamo, quella con cui ci fermiamo a prendere il caffè o a far la spesa, ci chiede che cosa stiamo combinando. Perché abbiamo causato tutto questo trambusto che i telegiornali parlano sempre di noi. Io non so mai cosa rispondere”. Ma avete avuto problemi con la gente del quartiere? “Molti ci hanno espresso solidarietà. E di ciò ovviamente li ringraziamo. Ma, come posso dire?, non ti guardano più come ti guardavano prima, quando non lo sapevano nemmeno che eri un sinti e se lo sapevano non gliene importava niente. Adesso cominciano a pensare che se, tutti i giornali parlano male di noi, qualcosa dobbiamo pure aver fatto”. A proposito del campo, c’è da dire che fabbricati e ruolotte sono tutti tenuti in ottime condizioni. Niente si conforma all’idea che i mass media ci vendono con l’etichetta xenofoba e ipocrita di “nomadi”. Il problema effettivo sono i servizi: 7 docce con acqua fredda e 9 toelette per 169 persone. E son così da 40 anni. “Perché non andiamo a vivere in case? – mi risponde Paolo -. Perché siamo sinti. Cosa ne sarebbe di noi, della nostra cultura e della nostra lingua che qui tutti parlano e nessuno scrive? E cosa ne sarebbe della nostra famiglia divisa in dieci appartamenti? Alcuni di noi che hanno i figli grandi e hanno raggiunto una certa età, sono anche andati a vivere in case di muratura. Ma io non lo voglio fare. E’ difficile da spiegare. Sono sinti e voglio vivere tra sinti. Col cielo sopra la testa”. “Siamo sinti, è vero – si premura di aggiungere il pronipote di Django – ma siamo pure italiani, eh? Abbiamo carta di identità, lavoriamo e paghiamo le tasse e i contributi, mandiamo i bimbi a scuola come tutti, anche se ci piace vivere all’aria aperta. E votiamo pure”. Chiaccherando qua e la, trovo un sinti che ha votato lega. “Pensavo che in Italia cominciassero ad arrivare troppi stranieri”. E hai imparato che basta poco per entrare a far parte della categoria “stranieri”? “Già. Io sono nato qua. I miei genitori e i miei nonni erano triestini. Sinti, ma anche triestini. Italiani del nord. Così ho votato lega. Ma ora ho cambiato idea, eh?”
Tra gazebi padani e minacce di marce su Venezia, che ne sarà adesso dei sinti di via Vallenari? “L’amministrazione continuerà col suo progetto, senza farsi intimidire da atteggiamenti provocatori – assicura l’assessore Luana Zanalla -. In questi anni Venezia ha saputo dimostrare che l’integrazione è sempre possibile. Ed è per questo che oggi siamo sotto attacco dalla destra xenofoba. Ma la città sta rispondendo bene”. E lo dimostrano le numerose assemblea a sostegno dei sinti, l’affollata manifestazione di mercoledì scorso a piazza Ferretto, le dichiarazioni di solidarietà che hanno, per una volta almeno, messo insieme soggetti come la pastorale del lavoro e i centri sociali, associazioni ambientaliste e sindacati, personaggi come il patriarca Angelo Scola e Gino Strada. Il leghista Borghezio può stare tranquillo. Venezia non ha bisogno di essere liberata.

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