lunedì 28 settembre 2009

Un normale film dal cuore zapatista. Intervista con Hermann Bellinghausen

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Dal Messico delle cattive notizie, arriva una notizia buona: lo zapatismo è diventato normalità. “Solo qualche anno fa – mi spiega Hermann Bellinghausen - mi sarei sentito obbligato a realizzare un documentario o, al massimo, un film di propaganda. Ma oggi lo zapatismo è talmente radicato nelle comunità del Chiapas che è possibile raccontarci una storia normale: una fiction come tante altre ambientata però, non nel Messico dei trafficanti di droga e della corruzione politica che occupano le prime pagine dei giornali, ma in un, ripeto, ‘normale’ villaggio della selva Lacandona dove la gente che si è rimpossessata delle proprie terre e dei propri destini nasce, vive, ama e affronta i problemi quotidiani in un contesto certamente diverso ma umanamente non dissimile da qualsiasi altro posto del mondo. E questo, credo proprio che sia la prima buona notizia che proviene dal Messico da tanto, troppo tempo”.


Corazon del Tiempo, il film distribuito in Italia dall’associazione Ya Basta! e di cui Hermann Bellinghausen, giornalista de La Jornada, ha scritto la sceneggiatura, è sostanzialmente una storia d’amore. In un villaggio zapatista della selva Lacandona, la giovane Sonia è dibattuta tra l’affetto per Miguel cui è promessa sposa sin dalla nascita, e l’amore per Julio, tenente dell’Ezln. I turbamenti di Sonia coinvolgono l’intera comunità, in particolare la nonna, che appartiene alla generazione che si è ribellata allo sfruttamento, e la giovane sorella della ragazza, nata e cresciuta all’interno della rebeldia. Tre donne che, come recita una delle canzoni che costituiscono la splendida colonna sonora scritta da Descemar Bueno Kelsis Ochoa, “sono una donna sola”: il cuore del tempo. Sonia si muove in una selva quasi incantata- La natura stessa è un personaggio non secondario della narrazione. I fiumi, le montagne, gli animali, il raccolto sono parte stessa di una terra di indigeni liberi che hanno capito che la miseria e lo sfruttamento non sono imposizioni del cielo ma condizioni dettate dalla storia e che nella storia possono essere ribaltate. Ed è proprio la storia il secondo grande protagonista del film. Una storia vista da dentro l’occhio del ciclone: il cielo è attraversato da elicotteri militari, la terra calpestata da colonne militari che arrivano sino alle porte del villaggio e sono respinte dalle donne costrette a fare barriera col proprio corpo. “E questa è l’unica scena reale del film - spiega Bellinghausen -. Stavamo lavorando con la troupe nel villaggio e abbiamo dovuto interrompere le riprese per l’arrivo dei militari. Abbiamo filmato tutto e poi abbiamo deciso di inserire la scena come stava. In fondo, anche questo fa parte della normalità in un villaggio zapatista”.
Corazon del Tiempo diretto dal regista messicano Alberto Cortes è il primo film prodotto dagli zapatisti, precisamente dal Caracol . L’associazione Ya Basta! che, tra l’altro, compare nella pellicola con un largo striscione appeso dietro il palco nel momento in cui la comunità di Sonia festeggia l’arrivo degli internazionali, lo ha proiettato in anteprima nazionale a Venezia, venerdì 25 settembre, e quindi a Vicenza, Firenze, Milano, Napoli e Roma.
Allo sceneggiatore Hermann Bellinghausen chiediamo come è nata l’idea di ambientare una storia d’amore nella selva Lacandona.
“La storia è ovviamente un pretesto per parlare dello zapatismo. Ma uno zapatismo diverso da quello del passamontagna o della guerra, quando il segreto e la clandestinità erano indispensabili. Come ti ho già detto, questo film sarebbe stato impensabile solo qualche anno fa. Anche per una questione economica. Un film costa e nessuno aveva soldi da metterci. Io ho scritto la sceneggiatura iniziale, che era l’unica cosa gratis, alla fine degli anni novanta quasi per gioco. Poi sono successe molte cose: il cambio di governo in Messico, la marcia del Colore della terra… poi le giunte di Buon Governo hanno, per così dire, superato il passamontagna, aprendosi alla società civile e dimostrando di essere autorità civili a pieno titolo. L’idea iniziale di Alberto di fare un film dentro lo zapatismo che pareva irrealizzabile cominciò a prendere forma. Alle popolazioni indigene, come a tutti noi, il cinema piace molto. Mi ricordo che Alberto portava i film di Charlie Chaplin nei caracol ed era sempre una festa. Alla fine, la giunta di Buon Governo Hacia La Esperancia ha deciso di produrre il film. Nel 2006 abbiamo cominciato finalmente le riprese. L’8 agosto, anniversario della fondazione della giunta di La Realidad, lo abbiamo proiettato nella piazza centrale. Inutile dire che non mancava nessuno!”
Cosa intendi dicendo che gli zapatisti sono i produttori?
“Che hanno fatto tutto quello che normalmente fa un produttore: mettere i soldi e, si spera, incassare i profitti. Nel nostro caso, essendo gli zapatisti una comunità e non una società d’affari, hanno fatto anche molto di più, partecipando attivamente ai lavori. Il set per esempio. Tutte le capanne che vedi nel film sono state realizzate materialmente, intendo con chiodi e martello, dagli stessi produttori. E’ gente dalle mille risorse che sa ancora entusiasmarsi per un progetto. Hanno fatto da carpentieri, trovarobe, artisti, comparse e produttori allo stesso tempo”.
Come sta andando il film?
“Ti confesso che, dopo le prevedibili difficoltà iniziali, la pellicola sta andando oltre le nostre previsioni. Abbiamo fatto incetta di premi in numerosi festival internazionali ma il nostro obiettivo non era solo quello di sfondare nei circuiti d’elite ma entrare nei canali commerciali. Proprio come, uso ancora questa parola, un normalissimo film. Dopo una esitazione iniziale, imputabile credo a motivazioni più economiche che politiche, i distributori messicani si sono accorti che anche noi potevamo riempire il botteghino: a Città del Messico siamo già alla terza settimana continua di proiezione nelle sale e stiamo tenendo bene anche nelle altre città. Certo non è il pubblico di Harry Potter, ma è comunque una bella soddisfazione per noi”.
E’ un film realizzato con attori non professionisti?
“Sì. Gli attori sono tutti indigeni che, per così dire, interpretano la parte di loro stessi, pur recitando un copione scritto. L’ambientazione, ti ho spiegato, è assolutamente realistica. Non è un film di propaganda. E’ un film che vuole raccontare una storia in un contesto particolare come lo è la ribellione indigena del Chiapas. Ma una storia ricca di dubbi e di contraddizioni come è ricca di dubbi e di contraddizioni la stessa esperienza zapatista. Per questo, scegliere attori del luogo era indispensabile. La troupe invece è una normale - scusa se ripeto sempre questo aggettivo ma ci tengo a ribattere che lo zapatismo deve diventare quotidianità – troupe di professionisti che si è dovuta trasferire nella selva Lacandona per oltre sei settimane. Quasi tutta gente di città che aveva visto la selva solo nei documentari: ti lascio immaginare le situazioni non di rado molto comiche che ne sono sorte”.
A questo punto non resta che raccomandare a tutti di non perdersi questo primo film che racconta una delicata storia d’amore in un “normalissimo” paese dove non esistono sfruttati e sfruttatori, dove la parola democrazia ha un significato compiuto e i beni comuni sono davvero comuni.
“Bravo. Vedo che hai capito il concetto di normalità! Adesso si tratta solo di esportarlo in tutto il resto del mondo! Intanto, se qualche associazione o qualche circolo è interessata a proiettare Corazon del Tiempo, basta che si metta in contatto con gli amici di Ya Basta!”

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