venerdì 6 agosto 2010

Venezia e i tagli alla cultura

Taglio sì, tagli no, tagli forse. Del doman non v’è certezza, scriveva tempo fa un certo Lorenzo. Un vero mecenate, lui, che quando amministrava Firenze non si sarebbe mai sognato di penalizzare la cultura. Ma oggi che al Governo non c’è nessun Magnifico, l’unica certezza è che il settore delle arti si sente come il condannato con la testa sul ceppo. Aspetta solo di vedere come e quando calerà la mannaia.
“Vediamo come andrà a finire – commenta laconico Marino Cortese, presidente della Querini Stampalia, la fondazione che gestisce una delle più frequentate biblioteche di Venezia – ma certo non ci attendiamo nulla di buono”. Più duro il commento di Gian Antonio Danieli, presidente dell’Istituto Veneto di Scienze, lettere ed arti che, se sopravviverà, a dicembre festeggerà i duecento anni dalla fondazione: “Stiamo a vedere cosa succederà ma di sicuro non nutriamo nessuna illusione. In Italia, oltre ai tre poteri costituzionali, ce n’è un quarto, che non è la stampa, ma l’ignoranza. Un potere trasversale e pervasivo, ulteriormente potenziato dalla sua ostentata esibizione mediatica". Questi due istituti, assieme all’Ateneo Veneto, alla Fondazione Levi e alla Cini – per restare in ambito lagunare – figuravano nella famosa lista di 232 associazioni culturali che il ministro Giulio Tremonti si arrogava il diritto di potare come rami secchi. Tremonti ministro delle finanze e non della cultura. “E’ sorprendente, oltre che grave, che il ministro della cultura che è Sandro Bondi, uno che peraltro ha il suo peso all’interno del Pdl, sia stato completamente esautorato da una scelta che spettava solo a lui, come il ridimensionamento finanziario di associazioni che fanno riferimento alla sua delega – ha commentato Gianfranco Cerasoli, segretario Uil Beni e attività culturali -. E oltretutto hanno cercato di far passare la manovra come una vittoria del Governo contro enti parassiti”. La successiva sfuriata di Bondi, che era quella di uno cui han pestato i calli dei piedi, ha avuto se non altro il merito di congelare questi tagli. Ma certo, come abbiamo visto in apertura, la sospensoria non ha tranquillizzato nessuno. Anche perché, nel caso i paventati tagli non arrivassero dal Governo, di sicuro arriveranno dalla Regione Veneto che già in tante occasioni si è sempre dimostrata sorda alla voce di una cultura che non sia quella legata a supposte sagre di identità veneta, parate di miss padane o esposizioni di trofei venatori. Un incubo questo, ancora peggiore perché i contributi regionali al settore sono maggiori di quelli che provengono – o provenivano – dallo Stato. Da Palazzo Balbi, sede del Governo regionale, ancora non arrivano notizie sicure se non quella che i tagli ci saranno e sono indispensabili proprio in virtù della manovra Tremonti che, se da un lato ha deviato la scure dalle fondazioni, dall’altro ha troncato di netto i finanziamenti alle Regioni. Il Veneto, ad esempio, riceverà nei prossimi due anni, un miliardo e 600 milioni di euro in meno rispetto al biennio scorso. Inevitabile che a farne le spese saranno ancora una volta i settori considerati dall’amministrazione regionale, deboli se non addirittura parassitari. A torto, ci assicura Pierluigi Sacco pro rettore allo Iuav di Venezia e docente di economia della cultura: “L'azienda Veneto non ritiene la cultura un ramo strategico e di conseguenza lo taglia. Ma è un errore grossolano e gravissimo. La cultura non è solo divertimento elitario, per fortuna. Ma un elemento essenziale di economia della società della conoscenza che è il modello di crescita per tutto l'Occidente. Il concetto di cultura non si ferma al concerto o al film ma sveglia le menti libere e ricettive. Produce nuove idee. L'intreccio tra economia e cultura è più stretto di quanto non appaia. Noi economisti lo sappiamo bene e lo sa bene Joseph Nye, ascoltato consigliere di Obama e teorico del soft power, che ha posto al presidente americano questa domanda: secondo lei è più importante avere una forte identità culturale o un forte esercito?" Non sappiamo cosa abbia risposto Obama, ma sappiamo bene cosa risponderebbe il nostro governo.

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