martedì 7 settembre 2010

Viaggio nella valle dei Mòcheni

Image 18-02-15 at 19.31
Ci sono valli dimenticate dagli uomini. Ci sono genti dimenticate dalla storia. E non è necessario viaggiare all’altro capo del mondo. Basta salire a Pergine, nel basso Trentino, pochi chilometri a monte dell’azzurro lago di Caldonazzo che segna il confine meridionale della Valsugana sorvegliato dall’imponente castello che sin dal medioevo ha difeso i territori dei Principi Vescovi di Trento dalle mire espansionistiche della Serenissima. Ma invece di salire a nord, percorrendo i morbidi rilievi della Valsugana, dirigiamoci a est, dove la montagna è più aspra e gli spazi vallivi più stretti richiamano i prossimi paesaggi dolomitici. Qui si trova la valle dei Mòcheni.


E non preoccupatevi se non ne avete mai sentito parlare prima. Sono pochi anche in Trentino a sapere che oltre ai più famosi popoli ladino e cimbro, esiste un’altra minoranza etnica e linguistica, ufficialmente riconosciuta dallo Stato italiano sin dal dopoguerra ed espressamente citata nell’accordo De Gasperi - Gruber, sottoscritto il 5 settembre ’46, per il riconoscimento e la tutela delle minoranze di lingua tedesca in Trentino e in Alto Adige. Stiamo parlando delle genti mòchene che scesero dall’alta Boemia per stabilirsi in questa stretta e scoscesa valle attorno al 1200, chiamati dai signori di Caldonazzo col compito di dissodare e di coltivare a cereali queste ripide pendici montuose che i locali usavano solo come pascolo o bosco. Erano un popolo di “roncadori”, di contadini, che non si tiravano indietro davanti al lavoro duro e che, quando gli veniva affidato un compito, rispondevano “mache ich”, "faccio io", così che ben presto, i valligiani cominciarono a chiamarli i “mòchen”. Gente dura, che non aveva paura di rimanere isolata per il lungo letargo invernale, quando la neve bloccava quell’unico passo che scendeva a valle. Così che, sino alla costruzione della prima chiesa e del relativo cimitero, nel 1522, le famiglie conservavano i cadaveri dei defunti al freddo, nelle soffitte, attendendo la primavera e lo scioglimento della neve per poter dar loro cristiana sepoltura a valle, in terra consacrata.
In questo periodo, la valle, che nel frattempo era caduta sotto la dominazione del Capitolo vescovile di Trento, conobbe una seconda ondata migratoria. La provenienza era principalmente sempre la stessa: l’alta Boemia cui va aggiunta, secondo alcuni storici, anche la Baviera. Ma i migranti, questa volta, non erano più contadini ma minatori. Nella valle infatti erano stati scoperti ricchi giacimenti di rame, ferro, stagno, argento e altri minerali preziosi. I migranti si integrarono perfettamente con la popolazione locale, con la quale d’altra parte, condividevano lingua e cultura, e cominciarono a cavare i preziosi tesori nascosti nelle viscere dei monti, scavando miniere profonde centinaia di metri che ancor oggi sono visitabili. Erano operai, diremmo oggi, specializzati e, per i criteri dell’epoca, ben pagati. Eppure il loro lavoro era durissimo e raramente la vita media sforava i trent’anni. L’estrazione dei minerali impegnava tutta la famiglia; gli uomini scavavano e portavano all’aria aperta il materiale che le donne separavano, pulivano e portavano a valle. Anche i bambini avevano il loro compito. Dovevano entrare nelle viscere della montagna, infilarsi nelle gallerie più strette ed esplorare i cunicoli più profondi in cerca della vena da sfruttare. Vestivano abito dai coloro sgargianti, rossi in particolare, per essere più visibili al buio e più facilmente recuperati in caso di frana. In testa portavano un cappuccio a punta, riempito di paglia, che aveva lo scopo di segnalare come un’antenna gli abbassamenti della volta e attutire eventuali zuccate contro la roccia. L’immagine vi ricorda qualcosa? Proprio così. I nani e gli gnomi delle leggende che tutti i popoli delle montagne si sono creati nascono proprio da queste miniere. La stessa fiaba di Biancaneve e dei suoi amici nani, che la Disney ha ridotto a sette ma che in origine erano una intera tribù, è stata rielaborata dai fratelli Grimm sulla base di una leggenda mòchena. Il che autorizza le guide turistiche che accompagnano gli escursionisti a visitare le spettacolari miniere della valle a raccontare che quella che andiamo a vedere è proprio la “miniera dei sette nani”. Una favola che a guardarci dentro nasconde la tragica storia di tanti bambini che hanno trascorso la loro infanzia a lavorare nel buio di una miniera. E di favole e di leggende, la valle dei Mòcheni, ne racconta tante. Storie di draghi fiammeggianti che escono dalle viscere della terra per arrostire gli impavidi cavalieri, così come i gas naturali infiammati bruciavano gli sfortunati minatori. Oppure la vicenda dell’orribile “donnona” che si aggira nelle notti mòchene per rubare le noci agli agricoltori e i bambini alle loro mamme. Le noci infatti servivano a fare l’olio delle lampade con le quali i piccoli minatori scendevano nel ventre della montagna. Oggi, le lampade ad olio di noce non si usano più. E i bambini, grazie a dio, si vestono da gnomi per carnevale e non più per fare i minatori. La storia è sbiadita nel mito ma la paura si è trasformata in leggenda ed rimasta a colorare d’incanto la bella valle dei mòcheni.

Box
Dalle miniere ai piccoli frutti
Le miniere che hanno scavato la storia della valle dei mòcheni oggi sono tutte chiuse. Gli escursionisti che non temono la claustrofobia le possono visitare accompagnati da guide esperte ma il volano economico che dà vita a questa valle ancora lontana dai circuiti del turismo di massa, ruota attorno ad una produzione tutta particolare: quella dei piccoli frutti. L’ultima miniera mòchena fu chiusa per esaurimento della vena negli anni in cui governava Maria Teresa d’Austria (1717 - 1780). La regina preoccupata per il futuro di quella gente che, pur vivendo in una vallata italiana, parlava una lingua simile alla sua concesse loro il permesso di commerciare nell’Impero austro germanico. I mòcheni allora divennero ambulanti, valicarono le alpi nel senso ripercorrendo in senso opposto i sentieri dei loro progenitori, e camminarono per tutte le strade della Boemia e della Baviera dove la gente rideva nel sentirli parlare con dei termini e una cadenza che usavano i loro trisnonni. Vendevano bottoni, cristalli e altri prodotti del loro artigianato.
Con la caduta dell’impero austriaco e l’arrivo del Tricolore, il commercio con l’Austria collassò e per i mòcheni divenne ancor più duro mantenere la loro lingua e le loro tradizioni. Il periodo fascista fu quello più duro: parlare mòcheno era punito col carcere e, in tempo di guerra, anche con la fucilazione. Con la Liberazione e con gi accordi De Gasperi – Gruber, i mòcheni divennero una delle tre minoranze linguistiche con i ladini e i cimbri, ufficialmente riconosciute in Trentino dallo Stato. La lingua mòchena è insegnata nelle scuole ed è usata nella cartellonistica stradale. Anche l’economia era profondamente mutata. La valle sopravviveva grazie all’allevamento di bovini e alla coltivazione delle mele. Ben presto, i fu evidente che i frutteti che crescevano negli impervi versanti della valle non potevano reggere il confronto con i prodotti coltivati in altre vallate trentine, come ad esempio la val di Non. L’ultima risorsa, l’allevamento, entrò in crisi negli anni settanta e per la valle venne il tempo dello spopolamento. A salvare le genti mòchene fu, come per altre realtà trentine, il modello cooperativo. Una dozzina di imprese agricole a conduzione familiare si riunirono nella cooperativa Sant’Orsola. C’era un tesoro nella loro valle. E non era un tesoro nascosto sotto terra come ai tempi delle miniere, ma un tesoro che cresceva alla luce del sole, nelle penombre di quel sottobosco che copre l’intera vallata. I piccoli frutti: mirtilli, fragoline, ciliegie, lamponi… Prodotti di altissima qualità che hanno conquistato prima i palati dei consumatori e poi i mercati. Oggi la cooperativa di agricoltura integrata Sant’Orsola conta oltre 1200 piccoli produttori anche al di fuori della vallata dei mòcheni, impegnati a rispettare i rigidissimi standard qualitativi imposti dal marchio. Una mezza dozzina di questi produttori, diciamocela, con la lingua mòchena hanno ben poco a che fare. Sono calabresi. Entrati nella grande famiglia mòchena grazie ai buoni uffici del vescovo antimafia monsignor Bagnasco, impegnato ad esportare il modello di cooperazione trentina nelle terre confiscate alle cosche.

Box
Bersntoler Museum, il museo della pietra viva
Il museo delle Pietra viva, o se parlate la lingua mòchena, “Bersntoler Museum”, si trova in un antico mulino in località Stefani di Sant’Orsola terme. Siamo nel cuore della valle dei Mòcheni. Lo curano due veri e propri cercatori di tesori: i gemelli Mario e Lino Pallaoro, di cui probabilmente ricorderete qualche apparizione nella trasmissione televisiva “Geo&Geo”. Due autentici personaggi cui va l’innegabile compito di aver saputo dare vita alle pietre. L’esposizione pare fatta apposta per far cambiare idea a quanti ritengono che i sassi non sono altro che sassi. Il museo infatti, racconta attraverso i minerali la storia della valle, dalla sua particolare formazione geologica, passando per la storia antica, quando i romani scavavano la montagna alla ricerca di quel cristallo che ritenevano fosse “ghiaccio fossile” e al quale attribuivano magiche proprietà. da qui la leggenda della magica sfera di cristallo dentro la quale la fattucchiera legge il presente, il passato e il futuro. Ed in effetti, il passato, presente e futuro della storia del mondo sono davvero scritti nella pietra. Basta solo saperli leggere. E non serve neppure l’immaginazione di una fattucchiera.

Box
S kloà bersntoler beirterpuach
Ovverossia: piccolo vocabolario della lingua mòchena. E’ uscito in questi giorni, pubblicato dall’istituto di Cultura Mòcheno, il primo vocabolario mòcheno – italiano – tedesco. Un’opera che non esitiamo a definire indispensabile per tutti coloro che vogliono cimentarsi a parlare il mòcheno. Più seriamente, il libro è un interessante studio sulle particolarità di una parlata che trae origine dal tedesco in voga nell’alta Boemia del 1500 ed è rimasta pressoché uguale nei secoli, importando di tanto in tanto, termini trentini e italiani. Un classico esempio è quello della parola “patata”. Il tubero è stato introdotto in Europa dopo la scoperta dell’America. I mòcheni, che all’epoca vivevano separati dalla madre patria germanica, non potevano conoscere il termine “kartoffel”. Cosa han fatto quindi? Hanno usato la parola italiana declinandola ala tedesca. E così oggi nei piatti della valle si mangiano le “pataten”.

Nessun commento:

Posta un commento