giovedì 27 gennaio 2011

Interventi di pace

“La sola risposta possibile in caso di conflitto e una soluzione concreta ai mali del nostro tempo come il nazionalismo, la xenofobia, l’individualismo e la corsa agli armamenti”. Così Alexander Langer definì i corpi civili di pace in quel documento istitutivo che, come deputato dei verdi, depositò al parlamento europeo nel 1995.

Non riuscì ad assistere all’approvazione della sua proposta di legge perché la sua vita si interruppe improvvisamente il 3 luglio di quello stesso anno. Erano i tempi della guerra dei Balcani e della crisi del movimento pacifista. Da allora molte cose sono cambiate. Il muro di Berlino che divideva il mondo in blocchi contrapposti non esiste più ma questo non ha portato alla cessazione dei conflitti e neppure ad un’epoca di pace, condivisione e democrazia. Anzi. Guerra dichiarate e, soprattutto, guerre dimenticate, ce ne sono come e più di prima. Come se non bastasse, il movimento pacifista si trova di fronte ad altre e nuove sfide come il controllo delle risorse energetiche e alimentari, le migrazioni, i cambiamenti climatici, i movimenti dal basso. Insomma, oggi più che ieri c’è bisogno di imparare ad intervenire nei conflitti mediandoli al di là del “gioco a somma zero”, peculiare dell’intervento militare, e superando la logica del “vincere o perdere” perché, rendiamocene conto, nel mondo globalizzato abbiamo tutti tutto da perdere e niente da vincere. Grazie ad una grande mobilitazione popolare, nel 2001, in Italia, è stata approvata la legge 64 che, riprendendo l’articolo 11 della Costituzione oltre a varie direttive Onu ed europee in materia, ha istituito la “difesa civile nonarmata e nonviolenta”. Una sorta di servizio civile volontario completamente autonomo dall’esercito col duplice obiettivo di intervenire pacificamente all’estero nelle zone di conflitto e rispondere al dovere costituzionale di difendere la patria con mezzi non militari. Tra gli obiettivi stabiliti dalla legge, figurano anche la promozione di solidarietà e cooperazione con particolare riguardo alla tutela dei diritti sociali, la partecipazione alla tutela del patrimonio ambientale e culturale, la protezione civile. Punto focale del progetto, rimane comunque la cooperazione internazionale in zone di guerra e la mediazione tra le parti in conflitto.
In paesi come la Germania i corpi civili di pace sono oramai una realtà consolidata. In Italia, la legge 64 e le direttive europee in materia, sono rimaste tutte sulla carta. Certo, difficile aspettarsi un qualche stimolo da parte di un governo che, quanto meno, è ben lontano dall’inserire la parola “pace” nei primi posti della sua agenda politica. Ed è per questo che le associazioni pacifiste hanno deciso di autoconvocarsi a Firenze per stilare un documento per il riconoscimento della figura professionale dell’operatore civile di pace, l’inserimento collettivo in un’organizzazione nazionale ed europea legalmente riconosciuta e stabilire luoghi e tempi per i primi interventi all’estero. Gli incontri si svolgeranno nei giorni di sabato 29 a domenica 30 gennaio nella sede dei Missionari Comboniani in via Giovanni Aldini. Scopo dell’incontro sarà anche quello di definire uno standard per gli interventi civili di pace. Un punto questo assai delicato perché l’etica dell’operatore civile tende spesso a collidere con quella del militare e del poliziotto per i quali, alla fin fine, tutto si risolve con l’obbedire agli ordini. Al contrario, si legge nel documento inviato ai partecipanti al meeting, “la nuova professione dell’operatore di pace deve essere creativa e costruttiva, incoercibile ed imprevedibile, fino ad un certo punto, anche per le stesse istituzioni”. Non c’è altro da dire. Alex ne sarebbe stato contento.

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