martedì 23 febbraio 2010

Quando il razzismo viene fatto "circolare". Intervista con Iside Gjergji

Il razzismo non si veste quasi mai da razzismo. Ha mille forme e mille facce. Una di queste è quella messa in atto dalla pubblica amministrazione. Iside Gjergji è nata a Durazzo ma vive in Italia dal ’91 dove si è laureata in giurisprudenza. Nel suo dottorato in sociologia ha svolto una interessate ed inedita ricerca sulle circolari amministrative in materia di immigrazione.
Come mai hai scelto questo tema?
Diciamo che sono state le circolari ad occuparsi di me quando, alcuni anni fa, feci domanda di carta di soggiorno alla questura. La mia richiesta venne rigettata sulla base di una circolare del Ministero che imponeva alcuni requisiti non previsti dalla legge. All’epoca ero studentessa di Giurisprudenza e su tutti i libri di esame mi veniva spiegato che le circolari amministrative non erano fonte di diritto, eppure a me veniva rigettata l’istanza sulla base di una circolare. Decisi di non arrendermi e il Tar del Lazio mi diede ragione: l’interpretazione della norma fornita dalla circolare del Ministero era illegittima. E così, dopo una lunga e costosa battaglia, ottenni la carta di soggiorno. Ho constato direttamente che gli operatori della pubblica amministrazione agiscono non tanto sulla base delle leggi, quanto sulla base delle circolari. Sono queste il loro "vero" - se non unico - riferimento normativo. Anche ora che la legislazione sull’immigrazione è quasi completa, le circolari continuano ad essere il “vero” riferimento giuridico. Il problema è che le circolari sfuggono ad ogni controllo, sia quello giurisdizionale sia quello della sovranità popolare. Sono sostanzialmente ordini di un “capo”, e come tali soggette al suo arbitrio.

E come sempre avviene con gli “ordini del capo”, nasce il peggio dal peggio.
Già. Si tratta sostanzialmente di ordini assunti in assenza di contradditorio e senza regole procedurali. Parliamo, insomma, di una sorta di diritto interstiziale che si insinua nelle pieghe dell’ordinamento assumendone le sembianze. La forza di questo “infra-diritto” sta nella struttura gerarchia della pubblica amministrazione che non consente la messa in discussione di un ordine del capo, bensì si aspetta che venga eseguito. Più gerarchica e autoritaria è la struttura organizzativa e maggiore forza acquisiscono gli ordini del capo. Con le riforme cosiddette “federaliste” di questi ultimi vent’anni le istituzioni pubbliche hanno conosciuto indubbiamente una sterzata di tipo autoritario. Ora il potere si concentra sempre più nelle mani dei sindaci, “governatori” e “premier”, a tutto scapito delle assemblee comunali, regionali e parlamentari.
Pensiamo alle ordinanze del sindaco di Firenze sui lavavetri, quella del sindaco di Milano che vietava ai minori stranieri, figli di irregolari, di iscriversi alle scuole materne, le ordinanze del sindaco di Vicenza sui mendicanti, quelle dei sindaci di Cittadella, Thiene e di Azzanno Decimo che impedivano l’iscrizione degli immigrati poveri all’anagrafe comunale, e poi quelle di 43 sindaci della provincia di Bergamo che impedivano il matrimonio degli stranieri senza permesso di soggiorno. Queste ordinanze hanno fatto da preludio a molte norme introdotte poi a livello legislativo con il “pacchetto sicurezza”, inaugurando nel contempo una stagione di razzismo istituzionale senza precedenti nella storia repubblicana.

Un problema che non è solo degli stranieri?
Al di là delle caratteristiche, più o meno razziste, delle singole disposizioni è il sistema di governo per circolari ad essere intrinsecamente e irrevocabilmente razzista. Ai segmenti di popolazione la cui esistenza è prevalentemente determinata e scandita mediante circolari amministrative, vengono di fatto negate quelle garanzie che l’ordinamento giuridico riconosce formalmente a tutti. Si tratta, insomma, di soggetti e “disciplinati” da un sottosistema normativo di tipo amministrativo che, in quanto tale, non può che fornire una pseudo-protezione giuridica. Di quale convivenza è possibile parlare a queste condizioni?
L’uso abnorme di circolari e ordinanze sono un modello anche per la regolamentazione della vita di tutti i cittadini. Penso, ad esempio, al divieto di assembramento di più di tre persone nei parchi dopo le undici di sera, alle norme sul “comportamento civile” o a quelle sulla prostituzione, che non riesco a non leggere come un tentativo della criminalizzazione della povertà. In altre parole, la negazione dei diritti degli immigrati ha anticipato la progressiva erosione dei diritti di tutti. Mi viene in mente una frase di James Baldwin che dice: “Dobbiamo proteggere la tua vita come se fosse nostra poiché se vengono a prenderti di giorno, da noi verranno nella notte”.

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