Freddo. Freddo cane. E sarebbe pure una nottata tiepida, questa, al confronto di quella di ieri, quando il termometro batteva i meno cinque e ti si congelava il gas nell’accendino. I ragazzi della cooperativa Caracol si intiepidiscono le mani sulle caraffe di caffè prima di versarle nei termos. Poi caricano le ceste di merendine e l’ultimo pacco di coperte nel furgone. Indossano la “divisa d’ordinanza” - giacca a vento che pare quelle dei pompieri e gilè giallo da stradino - e si preparano ad affrontare ancora una volta il freddo e il buio della notte. Scene consuete al centro sociale Rivolta di Marghera. Tre o quattro uscite ogni notte, per cento notti all’anno.
“Ogni città ha un suo numero caratteristico di notti in cui fa davvero freddo - mi spiega Vittoria -. Intendo notti in cui, se non hai una coperta, una tettoia o qualcos’altro che ti ripari dal vento, il freddo ti ammazza. A Venezia sono cento, le notti così”. E questa è proprio una notte così. Quest’inverno, a pochi chilometri da qui, il freddo ha già ammazzato. Un morto a Padova nella notte tra sabato e domenica, un altro a Mira tra domenica e lunedì. E il sindaco di Mira a dichiarare che gli spiace tanto ma che il “senza casa” in questione non si era mai rivolto ai servizi sociali del suo Comune. “Servizi che a Mira non ci sono. E comunque non ha capito niente del problema, il signor sindaco. Questa non è gente che chiede appuntamento agli assessori. Deve essere il servizio ad andare da loro”. Ed è proprio quanto fa la Caracol. La cooperativa è nata esattamente dieci anni fa da un gruppo di attivisti del Rivolta. Allora l’obiettivo era solo quello di tenere aperta la stazione di Mestre per permettere ai senza dimora di sopravvivere ad un inverno che pareva non finire più. Ma subito dopo i ragazzi si sono costituiti in una cooperativa che hanno chiamato Caracol perché, tra di loro, non ne peschi uno che non abbia trascorso perlomeno una o due estati a costruir turbine o a sistemar depuratori nel Chiapas rebelde. Oggi la Caracol siede al tavolo istituito dal Comune di Venezia per il progetto Senza dimora assieme ad altre associazioni come la Caritas, e gestisce un servizio “sulla strada” che opera 24 ore su 24. Ha un “telefono bianco” per raccogliere le segnalazioni dei cittadini e degli assistenti sociali, mette in campo un furgone, una ventina di operatori qualificati tra volontari e dipendenti, e gestisce 24 posti letto all’interno degli spazi del centro sociale. Quando gela, esce tutte le notti con due squadre di operatori - una per Venezia e una per Mestre - che distribuiscono bevande calde, ciambelle, coperte. “Oramai li conosciamo tutti – mi spiega Vittoria –. Ci raccontano i loro guai, i loro problemi, le loro storie. Bugie e verità mescolate che neppure loro le san più distinguere. Il barbone coperto di stracci e con il fagotto sulle spalle è praticamente scomparso. Oggi sulle strade, troviamo malati psichici, alcolizzati, dipendenti da sostanze, ma anche marinai senza navi, disoccupati, migranti irregolari e tante persone che fino a poco tempo fa potevi considerare ‘normali’. Poi sono stati abbandonati dalle moglie o hanno perso il lavoro, la casa. In questa specie di agorà e nei cartocci di vino hanno trovato un sostituto di famigli”. La prima tappa è via Capuccina, dove ogni notte si accampa un gruppetto “storico” di senza dimora. Dopo le bevande calde, i ragazzi della Caracol fanno salire sul furgone quanti desiderano passare la notte al centro di accoglienza. Non tutti accettano l’invito. Gli alcolisti, soprattutto. Preferiscono passare la notte vicino ad un supermercato per poter correre a rifornirsi di alcol la mattina, appena dopo l’apertura. “Se vogliono vengono, se no stan qui. Queste persone hanno piena dignità e il diritto di decidere delle loro vite” mi dice Momo. E aggiunge scherzando: ”Qui siamo tutti del popolo della libertà! Viva la libertà, allora!” Davide Mozzato, meglio conosciuto come Momo, è il responsabile della cooperativa. E’ un omone gioviale che non smette di scherzare con tutti quelli che incontra e che, d’altra parte, conosce da una vita. Lui è la sola persona che, commentando un fattaccio di cronaca accaduto a Venezia un mese fa, non ha detto “hanno cercato di dare fuoco a un barbone” ma “hanno cercato di dare fuoco a Michele”.
“Il nostro è un servizio. Non assistenza. Servizio. – mi puntualizza Momo -Abbiamo un contratto col Comune di Venezia, che, per fortuna è ben diverso da quello di Verona dove i vigili manganellano i senza casa, come abbiamo visto in tanti filmati diffusi su Youtube. Partecipiamo alle scelte dell’assessorato in tema di disagio sociale, proponiamo possibili soluzioni e fungiamo da operatori di strada per monitorare le nuove tendenze sociali della povertà estrema”. Nuove tendenze? “Certamente. Ogni anno abbiamo una new entry! Tre anni fa c’è stata l’annata dei rovinati dal videopoker. E’ grazie anche alle nostre segnalazioni se il Sert ha istituito una sezione per le dipendenze da gioco”. E la nuova tendenza di questo inverno, ci spiega Momo, è la “zona grigia”. I rovinati dalla crisi. Lavoratori licenziati e fuori mercato. Qualche italiano, ma per la maggior parte sono tutti migranti e clandestini. Quelli che “ci vorrebbe la tolleranza zero”, “bisogna mandarli a casa loro” o che “rubano il lavoro a noi italiani che già ce n’è poco”. Momo me ne presenta uno di questi ladri di lavoro. Rumeno, una sessantina di anni, irregolare. Per dieci anni ha lavorato in nero in un cantiere edile. Poi à caduto, si è rotto entrambe le caviglie e il padrone l’ha licenziato. Neanche in ospedale è potuto andare ed è rimasto storpio. Finiti i soldi per l’affitto (in nero pure questo), si è trovato sulla strada. Adesso spera che la stazione di Mestre non chiuda la sala attesa quanto il termometro scende. Tra i viaggiatori dell’ultimo treno che guardano schifati i senza dimora che si arrotolano nelle coperte della Caracol per difendersi dal freddo, sono in pochi quelli che si rendono conto che, in inverno, una stazione aperta o chiusa fa la differenza tra la vita e la morte. La sala d’aspetto di seconda classe di Mestre offre ospitalità ogni sera ad una 40ina di persone. A Venezia invece, i senza casa sono una dozzina. E’ una città particolare anche per loro, Venezia, perché sotto ponti scorre l’acqua e sull’acqua non si può dormire. Se si è disperati è meglio andare in terraferma. “In estate la comunità si disperde e le stazioni si svuotano – mi spiega Momo – perché i senza dimora trovano asilo nelle case abbandonate e hanno meno bisogno di noi. Ma col freddo, tutti cercano un posto caldo. E allora arriviamo anche a 70 o 80 contatti per notte”. Dopo aver distribuito caffè e coperte, gli operatori della Caracol riempiono le schede di monitoraggio e chiedono chi desidera passare la notte al centro di accoglienza. Ma i posti sono solo 24. Quando il termometro picchia, non bastano mai.
“Questa è la parte più brutta del nostro lavoro – mi dice sottovoce Momo -: dover scegliere chi portare al caldo e chi no. Noi cerchiamo di alternare e di dare sempre la precedenza ai malati, alle donne sole. Ma rimane comunque una ingiustizia. Loro non contestano mai. Guardali. Anche chi ì rimasto fuori e si deve accontentare di una tazza di caffè, ci saluta con un sorriso e ci dà appuntamento per domani”. Sospira Momo. “Ma un giorno io vincerò il Superenalotto e allora me li porto tutti ai tropici. Al caldo”.
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