martedì 2 novembre 2010

Non lasciamoli soli. Intervista con Nicola Grigion

Più che una associazione Melting Pot Europa è un vero e proprio progetto operativo che dal ’96, anno della sua nascita, si è evoluto al passo con la società e le nuove esigenze, da semplice trasmissione telefonica, sino a diventare una sorta “servizio pubblico” rivolto tanto ai suoi originari utenti - i migranti - quanto agli amministratori locali, agli operatori sociali, alla stampa e a quanti sono interessati alle tematiche dell’integrazione. Nicola Grigion, trentenne padovano, è il direttore di Melting Pot anche se, per non fare troppo “giacca e cravatta” preferisce farsi chiamare portavoce o responsabile. Ai giornalisti che gli chiedono quale mondo ci sia dietro le statistiche stilate dalla Caritas risponde invitandoli a passare una mattinata dietro gli sportelli dell’associazione dove ogni giorno centinaia di migranti si mettono in fila per avere informazioni, consigli e assistenza.

Il dossier mette in evidenza come la crisi economica stia colpendo in maniera particolare i migranti. Questo perché occupano il gradino più basso nella scala occupazionale?
Direi che non è questo il motivo. E’ vero che i migranti per un buon 90 per cento fanno i cosiddetti “lavori che gli italiani non vogliono fare” ma dobbiamo tener presente che, specie in tempo di crisi, le aziende hanno un gran bisogno proprio di bassa manovalanza che si accontenta di salari minimi. Il problema vero è che a questi lavori sono associati minori diritti. Sono occupazioni più precarie e più facilmente derogabili. Pensiamo ad esempio a quanto avviene per le cooperative di logistica e di trasporto che nella nostra regione che è il crocevia verso l’Europa dell’est. I lavoratori, migranti e non, hanno contratti a tempo indeterminato, anzi, sono addirittura “soci” della cooperativa. Ma questo comporta una condizione generale per quanto riguarda i diritti del lavoro, molto peggiore. Basta un semplice cambio di appalto per trovarsi spasso. La spada di Damocle del licenziamento è costante.

Licenziamento che significa anche la perdita del permesso di soggiorno...
Che a sua volta significa diventare irregolari. Un reato penale, per la nostra legislazione. Come se essere licenziati fosse un delitto! Tutto questo ha fatto sì che i migranti diventassero lavoratori estremamente ricattabili: una merce appetibile per le aziende. I dati sull’aumento generico di assunzioni di migranti che ha riportato la Caritas, oltre a non considerare che molte cooperative operano a nordest ma hanno sede legale a sud, non tengono conto di fattori comunque determinanti. Di che posto di lavoro stiamo parlando, mi chiedo? E fuori dalle statistiche rimane l’esercito dei cosiddetti invisibili, che poi invisibili non sono. Sappiamo tutti come l’assistenza domestica, la raccolta nei campi e l’edilizia si basi sul loro sfruttamento. La crisi si nutre di lavoratori non in regola. Ha tutto l’interessa a relegarli in un limbo e a concedere loro permessi saltuari, facilmente revocabili, per tenerli in un continuo fluttuare tra regolarità e irregolarità.

Il rapporto della Caritas sottolinea l’apporto di ricchezza portato dai migranti. Anche i giornali locali hanno battuto questo aspetto. Ma è possibile che il problema possa essere confinato all’economia?
Certo che no. Si rischia di fare un discorso del tipo: benvenuti perché ci siete utili. E quando non ci sarete più utili, arrivederci. Sotto sotto qualcuno pensa che sono utili sino a che lavorano duro, non pretendono diritti, non protestano... Invece il problema non può essere letto solo sotto le lente dell’economia. Tutti i rapporti statistici ci dicono che i migranti portano ricchezza. La stessa Inps ci spiega che senza l’apporto dei lavoratori stranieri non potrebbe pagare le pensioni. Giusto. Ma se confrontiamo il grande apporto economico dei migranti con il prezzo più alto da loro pagato in questa la cosiddetta crisi, si capisce che l’importanza del loro ruolo è soprattutto sociale. E’ a questo livello, quello sociale, che producono la vera ricchezza. Il che ci fa anche capire quanto sia allucinante, oltre che ingiusto, legare il permesso di soggiorno all’occupazione.

Perché allora il migrante continua ad essere percepito come un problema?
Perché lo è, per certi versi. Solo che non sono i problemi di cui parlano certa stampa e il Governo. Un problema lo portano prima di tutto a noi stessi: quello di cominciare a costruire una ipotesi di mondo diverso da quello che ci stanno imponendo. Vedi, quando parliamo di migrazioni, anche all’interno dei movimenti, giochiamo fuori casa. Vince sempre l’autorità e non riusciamo a costruire percorsi di lotta che portino a risultati concreti. Prendi ad esempio, Terzigno. La gente scende in piazza contro la discarica e, dopo le inevitabili lotte, riesce a mettere in scacco il governo. Pochi giorni dopo, arriva un gruppo di rifugiati a Catania e, alla faccia di tutti i diritti costituzionali e internazionali, la polizia li rispedisce indietro senza se e senza ma, tra le inutili proteste della comunità europea per un rimpatri eseguito al di fuori di ogni procedura legale. Anche gli osservatori dell’Onu vengono lasciati fuori dei cancelli dell’aeroporto. Mi chiedo, come possiamo intervenire in casi come questo?

Senza scendere sino a Catania, basta assistere a quanto succede al porto di Venezia, per quel che riguarda i respingimenti illegali. Le mobilitazioni della rete Tuttiidirittiumanipertutti sono servite perlomeno a portarli alla luce.
Già. Ma siamo ancora lontani dal portare i diritti all’interno del porto, purtroppo. Il fatto è, come ti dicevo, che i migranti innescano una questione di identità. Mettono in discussione chi siamo. C’è il rischio che facciano scattare meccanismi frammentativi invece che ricompositivi. Sono il capro espiatorio di una crisi che fa paura. Addossare tutte le colpe ai migranti è più facile che individuare il nemico comune in una economia dove a dettar legge è il capitalismo predatorio. In altre parole, il vero problema che ci portano i migranti è questo: ci obbligano ad intraprendere un percorso e a compiere una scelta: quella di innescare una guerra tra i poveri o quella di costruire insieme un mondo diverso.

Un problema di democrazie e diritti, dunque?
Sì. Noi di Melting Pot ce ne accorgiamo nel nostro quotidiano rapporto con questure ed enti locali. Non serve a niente agitare la legge o la Costituzione. Il rilascio di un documento, anche se il migrante ne ha diritto, comporta una stressante contrattazione e negoziazione. Assistere i migranti significa condurre una battaglia continua contro l’arbitrarietà e in alcuni casi anche l’illegalità. E qua bisogna fare attenzione. La deroga dei diritti che nel caso dei migranti viene tanto facile accettare, non si ferma in nessun confine e alla fine colpisce la democrazia, l’ambiente, la scuola, il lavoro... i diritti o sono di tutti o non ce n’è per nessuno.

Come possiamo far capire che la lotta dei migranti è una lotta di tutti?
Il punto è proprio questo. Credo che non dobbiamo mai lasciarli soli, anzi non dovremmo neppure considerarli una categoria a parte. Non lasciamoli all’auto organizzazione non perché non ne siano capaci, ci sono esperienze bellissime a questo proposito, ma avrebbero di fronte una battaglia senza orizzonte. A meno che non pensiamo che sia un orizzonte comune.

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