Sara ha 14 anni e frequenta una scuola media della provincia di Venezia. Ha sempre vissuto tra Milano e Mestre. I suoi si sono trasferiti dal capoluogo lombardo alle sponde della laguna due anni dopo la sua nascita. Sara è una ragazzina come tante altre se non fosse che appartiene a quella categoria chiamata “migranti di seconda generazione”. Mamma e papà sono nativi di Isfahan e in tasca hanno un passaporto iraniano. Due mesi fa, Sara è andata a Madrid con la scuola. All’aeroporto, i suoi compagni di classe hanno passato la dogana senza la minima formalità, Sara no.
L’hanno fermata, le hanno rovistato nel bagaglio, hanno chiamato un ufficiale che ha posto un sacco di domande sia a lei che ai suoi professori. Eppure Sara non porta neppure il velo. I suoi genitori l’hanno educata alla fede bahai. Ma non è tutto. Nel caso il padre perdesse il lavoro, Sara rischia l’espulsione. Lei, nata e cresciuta in Italia, potrebbe essere costretta a migrare in un paese che conosce solo dai racconti dei genitori, un paese di cui parla poco la lingua e non legge la scrittura. Perché l’Italia è l’unico paese europeo dove la cittadinanza si acquisisce dai genitori e non dal luogo in cui si è nati. Cosi che un canadese col nonno di Genova è considerato più italiano di Sara, nata a Milano e cresciuta a Mestre. “Sono italiana o sono iraniana? - ha scritto Sara in una lettera ad un quotidiano locale -. I miei amici mi hanno detto che sono una italiana del futuro. Che tantissimi bambini che ora crescono in Italia hanno i genitori con passaporti stranieri e un domani saranno tutti ‘italiani’ come me. Il problema non sta qui, però. Sta nell’Italia che dobbiamo cominciare a costruire per far stare bene tutti questi bambini, qualunque cosa siano”.
Questa di Sara è una delle tante, tantissime storie che si possono leggere tra i numeri e le percentuali presentate dalla Caritas nel suo ultimo rapporto che fotografa lo stato dell’immigrazione nelle nostre città. Il dossier è stato presentato martedì 26 ottobre, nell’aula magna del Laurentianum, in centro a Mestre. Al di là dei numeri, già abbondantemente riportati da siti e giornali locali e che sono sostanzialmente quelli degli anni scorsi con la sola sottolineatura che i migranti sono stati i primi ad essere colpiti dalla crisi, sono le storie come quella di Sara che ci aiutano a farci un quadro più chiaro di cosa sia in realtà il fenomeno della migrazione. Un fenomeno che, dati alla mano, rappresenta una risorsa insostituibile per la nostra economia ma che al contrario viene percepito come un pericolo. “Certe campagne politiche che puntano sulla paura del diverso per ritorni elettorali - ha commentato don Elia Ferro, delegato della Caritas nella consulta regionale per l’immigrazione - confondono ad arte il micro con il macro. I dati parlano di una comunità migrante ben diversa da quella stereotipata dipinta da certa stampa”. “Bisogna essere ciechi, o chiudere gli occhi apposta, per non vedere le ricchezze sia economiche che sociali che l’immigrazione porta con se - ha concluso monsignor Dino Pistolato direttore della Caritas di Venezia -. Soprattutto in questi tempi di crisi, l’apporto dato dai migranti è fondamentale. In particolare se teniamo presente che sono loro i primi a pagare i costi di questa crisi. Ma in una situazione critica, in cui ai poveri si aggiungono i nuovi impoveriti, il rischio è che aumentino le frizioni sociali tra italiani e stranieri. Per questo, la politica sull’immigrazione dovrebbe al più presto uscire dai luoghi comuni e dalla logica dell’emergenza e affrontare la situazione con criteri basati più sui fatti concreti che sulle paure insulse”.
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