
La prima risposta sbagliata è quella del governatore veneto, Luca Zaia, che, due giorni dopo aver assicurato che avrebbe gestito di persona l’afflusso dei profughi per trovare loro una dignitosa sistemazione, ha gettato la spugna scaricando il problema sulla prefettura di Venezia e saltando sulle barricate contro l’invasione islamica alzate a gare da tutti i sindaci del Carroccio.
Sindaci che – a proposito di risposte sbagliate – sono arrivati anche a giustificare come “logica conseguenza della cattiva gestione romana dell’emergenza” atti come la finta bomba che qualche demente ha pensato di piazzare davanti alla porta del centro di ospitalità di Asiago. La cosa ha suscitato la pronta reazione del sindaco del paese che si è detto enormemente preoccupato. Preoccupato per le possibili ripercussioni nella stagione turistica. Altra risposta sbagliata. Eppure un altro Veneto capace di tirare fuori la risposta giusta c’è. Un Veneto che non è razzista e crede ancora in valori come la solidarietà e in principi universali come i diritti umani. Il Veneto di Emergency, delle cooperative come la Caracol, di Amnesty International, dei centri sociali, delle scuole di italiano per stranieri, gratuite e aperte a tutti, di Comuni come quello di Venezia, di cittadini ancora capaci di indignarsi e di tantissime associazioni chi si sono raccolte in una rete chiamata dell’accoglienza degna. “Non si tratta solo di trovare una branda per queste persone, magari in un campo circondato dal filo spinato – spiega Vittoria Scarpa del cso Rivolta -, ma di costruire un percorso che preveda anche, per chi vuole, l’insegnamento della lingua italiana, l’assistenza sanitaria e quant’altro è funzionale all’inserimento sociale”. Con una formale lettera alla Prefettura di Venezia, l’intero arcipelago associazionista veneziano si è messo a disposizione di questo percorso, offrendo ognuno le specifiche competenze della propria associazione, dall’assistenza sanitaria di Emergency, ai 24 posti letto della cooperativa Caracol. La risposta che non è ancora stata data invece, è quella della prefettura. Solo informalmente, su un giornale locale, è apparsa una dichiarazione della prefetta, Luciana Lamorgese, che spiegava come “non fosse proprio il caso” di affidare dei profughi ad una cooperativa così vicina al Rivolta. Di fronte ad una chiusura ritenuta ingiustificata, le associazioni si sono riunite in assemblea a Marghera, mercoledì 8, e hanno deciso di mobilitarsi martedì 21 con una manifestazione in campo S. Tomà, a due passi da palazzo Balbi, sede della Giunta regionale, a Venezia. A sostegno dell’iniziativa, la rete Welcome ha promosso l’appello “Per un Veneto accogliente e degno” che ha avuto come primi firmatari Gianfranco Bettin e Gino Strada. L’arrivo dei profughi, si legge nel documento, è stato trattato solo “con il linguaggio dell'allarme e della paura. Sta prendendo forma un sistema parallelo di accoglienza in cui gli standard minimi previsti normalmente non vengono garantiti”. La nostra Regione, si legge, è stata l’unica a registrare e il rifiuto di alcuni amministratori di dare ospitalità, “la demagogia prende il sopravvento sulla dignità, ancora una volta l'abito del razzismo e della chiusura viene cucito addosso a questa terra”.
Ma c'è un Veneto che ha voglia di cambiare. Un Veneto che porta sulle spalle il peso di una crisi economica senza precedenti, senza per questo cercare di scaricarlo sui più deboli, sugli ultimi, sugli ‘altri’. Un Veneto che non ha paura di dire Welcome”.
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