sabato 5 dicembre 2009

Arrivederci a Copenaghen

See you in Copenhagen. Ci vediamo tutti a Copenhagen, consapevoli che il Cop15 sarà solo una tappa di un percorso già avviato ma ancora tutto da decidere. I movimenti italiani arrivano all’appuntamento con una solida preparazione alle spalle. Tanto teorica quanto pratica. “Andiamo a Copenhagen con gli zaini colmi di idee, di proposte e di lotte – spiega Eugenio Pappalardo (Ya Basta) che ha organizzato la presenza della delegazione italiana No Logo Meeting nella capitale danese -. Solo per citare le ultime iniziative, ti ricordo l’occupazione dell’inceneritore di Schio nel vicentino sabato 28 gennaio, l’iniziativa sull’acqua bene comune a Belluno, la manifestazione davanti ai padiglioni di Stati Uniti e Cina alla Biennale di Venezia. Senza contare convegni e incontri tra cui quello nell’isola di San Servolo organizzato dall’Uni.Nomade”.
Gli italiani a Copenhagen saranno circa 250, un centinaio dei quali provenienti del Veneto. La rete No Logo Meeting avrà uno spazio tutto suo all’interno del network internazionale Climate Justice Action. “Copenhagen – conclude Eugenio – sarà soprattutto un trampolino da cui rilanciare tutta una serie di battaglie per il clima da articolare nei territori”. La questione centrale del Cop15 non è tanto rispondere alla domanda “Come sarà la terra tra cento anni?” quanto stabilire quello che c’è da fare sin da subito. “La modificazione del pianeta è in atto già da qualche anno – spiega il verde Beppe Caccia – tutti i giorni dobbiamo fare i conti con miriadi di catastrofi ambientali che hanno pesanti ricadute sociali. Pensiamo all’organizzazione della produzione agroalimentare e del consumo, pensiamo solo al drammatico fenomeno dei profughi ambientali e delle migrazioni per ragioni climatiche. E’ oggi e non tra cent’anni che dobbiamo aprire una nuova fase. Il balletto dei governo maggiormente responsabili di emissioni di Co2 che propongono di dilazionare gli interventi proponendo la scadenza del 2050 è solo un tentativo di dilazionare le loro responsabilità”. Copenhagen sarà essenzialmente una grande vetrina in cui si misurerà il livello di coscienza planetaria. Quello che non sarà, come qualcuno auspica e qualcun’altro paventa, una Seattle 2.0. Allora, la rivolta scoppiò all’interno di un quadro trionfante in cui il neo liberismo dettava la ricetta della globalizzazione, imponendo organismo sovranazionali quali il Wto. Oggi, questo quadro sta attraversando una profonda crisi. “Crisi che ha confermato la correttezza di molte analisi avanzate a suo tempo dal movimento no global – conclude Caccia – I trent’anni ingloriosi del neo liberalismo sono stati messi in crisi dagli effetti della sua stessa economia nonostante qualcuno, busines as usual, reagisca allo sbandamento riproponendo quegli stessi strumenti finanziari virtuali ma con effetti concreti nella vita quotidiana di milioni di persone che avevano prodotto le bolle speculative che hanno originato la crisi. Oggi attraversiamo una stagione segnata dalla fine del mito illusorio dello sviluppo insostenibile ma anche dalla fine dell’illusione che i processi di globalizzazione possano essere guidati da una sola superpotenza: gli Stati Uniti. Qualcuno dovrà pur dirlo che la più grande multinazionale oggigiorno è il partito comunista cinese”.

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