“Mi chiamo Moulaye Niang e sono nato a Dakar, in Senegal. Sono figlio di due artigiani. Mia madre faceva tessuti e bambole di tessuto. Mio padre era stato un militare in Francia; ma poi, dal momento che non gli piaceva prestare servizio militare, tornò in Africa e iniziò a creare gioielli in oro e argento”. La storia di Moulaye Niang inizia così. Come un romanzo d’avventura dell’ottocento. Un’avventura che comincia una quindicina di anni or sono, quando Moulaye lascia Dakar per l’Italia. E’ un migrante, Moulaye. E come tutti i migranti ha un cammino di sogni e speranze da percorrere. Ma di lui, Hugo Pratt avrebbe scritto che “aveva un appuntamento”. Moulaye ha lasciato l’africa per andare a Murano e diventare maestro vetraio.
“Perché il vetro? Perché è terra, aria, acqua e fuoco che si amalgamano obbedendo alla volontà creativa dell’artista: lo spirito che dà forma fisica alla materia. Puoi anche chiamarla magia, se preferisci”. Moulaye è un artista. Uno di quelli che ti vien voglia di guardargli le mani per cercare di scoprire che hanno di più. Nel suo laboratorio in calle Crosera, di fianco al campo della Bragora - nel cuore del popolare sestiere di Castello - sono appesi alcuni suoi dipinti realizzati con una tecnica che meriterebbe più spazio. “In Senegal li facevo con l’aglio. Sì, l’aglio. Se lo spremi diventa una specie di colla. In Africa, perlomeno. Ma qui a Venezia non funziona. Non so perché. Allora uso lo stucco da barche. Il risultato è pressappoco lo stesso”. Il materiale, per un artista, non è mai solo un semplice mezzo per esprimere la propria creatività. “Il vetro ha un’anima sai? E vive proprio, qui, a Murano. Lo so. In tutto il mondo si lavora il vetro. Io stesso ho aperto una scuola a Dakar per aiutare i miei fratelli africani. Ma non c’è verso di rifare in un’altra parte del mondo le cose che riescono a fare solo a Murano. Solo qui il vetro fonde a 600 gradi invece di mille. E parliamo di vetro biologico. Senza quelle porcherie chimiche che ci mettono in altri paesi. Tu pensa solo al color rosso. Quanti rossi ci sono al mondo, secondo te? Beh, a Murano un maestro vetraio sa tirare fuori un milione di rossi diversi. Basta impastare un minuto prima o un minuto dopo, basta che il vento butti a bora o a scirocco, che giri l’acqua e il risultato è diverso”. Ha fatto di tutto, Moulaye prima di arrivare a poter lavorare col vetro. Operaio in una ditta di cromature, facchino, pulizie... “La notte lavoravo come portiere d’albergo a Venezia. La mattina prendevo il battello per andare a Murano, alle fornaci, e chiedere ai maestri che mi facessero vedere come si lavora il vetro. ‘Torna domani”, mi dicevano ‘Oggi non abbiamo tempo’. Per tre anni, nessuno mi voleva neppure vendere il vetro o gli attrezzi per lavorarlo”. Perché sei nero? “No, perché sono veneziano. Tu sei di qua. Lo sai cosa dicono i muranesi dei veneziani, no?” Vediamo se indovino: loro sono degli inarrivabili artisti e noi dei meschini commercianti. “Che traggono profitto del loro genio. E ci han ragione. Non era razzismo il loro, ma business. ‘Se ti insegniamo, poi tu apri una attività a Venezia e ci fai concorrenza’ mi dicevano. Cosa che, tra l’altro, è puntualmente avvenuta. Anche se io non faccio lavori industriali ma seguo la tradizione muranese sposandola con la mia ‘africanitudine’, se mi passi il termine. Le forme e i disegni della mia terra d’origine con le lucentezze e i colori del vetro più bello del mondo”. Ma come sei riuscito a scardinare quel muro di omertà che circonda il vetro di Murano? “Dopo due anni da invisibile, improvvisamente una ragazza di nome Perla mi ha rivolto la parola. ‘Ma tu che ci fai in questa giungla?’ mi ha detto ‘Dai, che ti porto da mio zio’. Suo zio è Davide Salvadore, uno dei più grandi maestri vetrai del mondo. Il giorno dopo, Murano per me era un’altra isola. Tutti mi conoscevano come el Muranero, il muranese nero. Potevo comperare il materiale, entrare nella scuola Abate Zanetti, artisti come Pino Signoretto ed Egidio Costantini mi davano consigli e mi incoraggiavano. Geni assoluti che mi spiegavano la magia e i misteri del vetro di Murano. Per dieci anni ho studiato e lavorato il vetro con loro. Adesso le scolaresche veneziane vengono nel mio laboratorio a vedere come si lavora a lume”. Tu sei uno dei pochi che lavora all’aperto. “E’ vero. Murano lavorano sempre al chiuso. Sprangano pure le finestre. Cosa vuoi? Per secoli, per difendere i segreti del vetro, i maestri non potevano neppure lasciare l’isola, pena la morte. Ma io ha anche un’anima africana che mi spinge a tenere sempre la porta spalancata. Sono muranese ma anche nero. Muranero, appunto”. E sei diventato un maestro riconosciuto del vetro. “Ah, non scherzare... dopo solo dieci anni? Sono solo un artigiano che cerca di dare forma al suo estro e che continua ad imparare tutti i giorni dai veri maestri muranesi. Torna da trent’anni. Quando anche io, forse, saprò tirar fuori da quel milione di rossi il rosso più bello”.
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