Esattamente un anno fa, i comitati contro le cave nella marca trevigiana organizzarono una protesta davanti a palazzo Ferro Fini, sede del consiglio regionale del Veneto. In quell’occasione, i portavoce dei manifestanti consegnarono ad ogni consigliere regionale impegnato a votare la finanziaria, un piccolo scrigno di legno. Il cofanetto era riempito di sassi. In una targhetta si leggeva “Chiediamo che questa sia l’ultima ghiaia estratta nel nostro territorio”.
La protesta, per quanto originale, non ha ottenuto lo scopo prefissato. Un anno dopo, siamo ancora qua a scrivere di cave, progetti di nuove cave e di ampliamenti di cave già esistenti. E ogni volta tocca usare superlativi ed iperboli. Poco eleganti dal punto di vista dello stile e che rischiano pure di perdere efficacia nella loro continua ripetizione. Ma che altro potremmo scrivere della “cava più profonda d’Italia”? Ben 65 metri sotto il piano della campagna per un estratto di oltre 8 milioni e 800 mila metri cubi. Se preferite un esempio più visivo, pensate ad una voragine che potrebbe contenere un grattacielo di 23 piani scavata su una estensione pari a quella dell’aeroporto di Venezia. La colossale cava, giustificata come il solito “ampliamento” di una cava già esistente, in questo caso la Morganella, dovrebbe sorgere a cavallo tra i Comuni di Paese e Ponzano, entrambi in provincia di Treviso. Anche in questo caso, l’iter autorizzativo è tutt’altro che originale. Le ditte Biasuzzi Cave Spa, Calcestruzzi Spa e Superbeton Spa presentano un progetto al Via. I comitati si mettono in agitazione e fanno pressione sui rispettivi Comuni. Sindaci e assessori, maggioranza e opposizione tuonano contro lo scempio del territorio e promettono battaglia. Un fervore che dura poco: chi conta in Regione Veneto sta dalla parte dei cavatori e i Comuni non possono che chinare la testa e approvare una decisone che già presa da altri. Così vanno le cose nella marca trevigiana che dal monocolore democristiano è saltata in toto sul Carroccio leghista. Per gli assessori regionali “lumbard” non è gran fatica rimetter in riga i loro amministratori locali su una battaglia che, si capisce, è già persa in partenza. E così dopo l’iniziale fuoco e fiamme, il sindaco di Ponzano, Giorgio Granello, attende la vigilia di Natale per convocare un consiglio il 31 dicembre e far ingoiare l’ampliamento, con conseguente stupro del territorio, ai suoi concittadini ed elettori assieme al panettone delle feste. Il sindaco di Paese, Francesco Pietrobon, che pure si era impegnato a contrastare il progetto della Morganella chiedendo ufficialmente al Via una inchiesta pubblica alla quale potessero partecipare tutti i cittadini di Paese, qualche giorno dopo la richiesta spedisce una disdetta. Scusate, abbiamo scherzato. I comitati lo vengono a sapere dalla segreteria della commissione che, il giorno della convocazione, non è neppure il caso di comperare tutti quei biglietti per Venezia. Con una Regione così e due Comuni colà, ai cittadini di Paese e di Ponzano non è rimasta che la soddisfazione di intasare di mail di protesta i server dei loro amministratori.
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