sabato 16 gennaio 2010

Regione a rischio

Qualche giorno di piogge, intense ma tutt’altro che eccezionali, abbattutesi in questi giorni nella pianura e nelle montagne venete sono stati sufficienti per mobilitare la protezione civile e a portare molti Comuni sull’orlo dell’emergenza ambientale. I sempre più rapidi mutamenti del clima fanno intendere che la situazione nell’immediato futuro non migliorerà di sicuro. Di fronte a queste prospettive l’unica cosa certa è che la Regione Veneto e le amministrazioni locali non soltanto sono assolutamente impreparate ad affrontare una possibile situazione di emergenza ma difettano radicalmente di una politica capace di prevedere e pianificare interventi di contenimento dei rischi.
Una recente ricerca di Legambiente e della Protezione Civile, condotta tramite un questionario denominato “Ecosist

ema rischio” diffuso tra gli enti locali, ha portato alla luce una situazione che dovrebbe far riflettere qualsiasi amministratore, tanto di destra quanto di sinistra. Nel 79 per cento dei Comuni italiani sono presenti abitazioni in aree esposte al pericolo di frane e alluvioni, nel 28 per cento dei casi sono presenti in tali aree interi quartieri e nel 54 per cento fabbricati e insediamenti industriali. Nel 20 per cento dei Comuni inoltre, strutture ricettive turistiche sono all’interno di aree classificate a rischio idrogeologico. Da sottolineare che molte amministrazioni hanno candidamente dichiarato di “non avere strutture in aree a rischio” per il semplice motivo di non aver mai attivato qualsivoglia politica di prevenzione e catalogazione dei rischi. Come dire: occhio non vede, cuore non duole.
“Eppure, a fronte di una totale assenza di interventi preventivi per la mitigazione del rischio, assistiamo ogni volta alla corsa ai finanziamenti straordinari per calamità naturale – ha dichiarato Michele Bertucco presidente di Legambiente Veneto – per dimenticarsi subito dopo i buoni propositi e ricadere nei vecchi vizi. Si torna, quindi, a richieste assolutamente controproducenti, come la deperimetrazione di qualche porzione di area a rischio idraulico per riuscire a concedere nuove costruzioni o a proposte prive di conoscenze tecniche come quelle di sindaci che chiedono l’escavazione di inerti. Un’operazione, questa, non solo vietata per legge, ma con l’unico risultato di aggravare la situazione, minando le fondamenta dei ponti e aumentando l’instabilità degli argini”. Legambiente Veneto ha pubblicamente chiesto agli enti locali, a partire dai Comuni, di creare un’alleanza che coinvolga tutti gli attori in gioco, lo Stato, la Regione, le Autorità di bacino, ma anche le associazioni, per programmare per tempo gli interventi di prevenzione e difesa da frane e esondazioni. “La vera emergenza ha concluso Bertucco - è il superamento della cultura degli interventi post-disastri. Gli enti gestori del territorio devono fare un generale ‘mea culpa’ e cominciare ad impostare una gestione organica e sistemica del suolo in tutti i suoi aspetti, urbanistici, ambientali, sociali. E’ questa la vera grande opera pubblica da chiedere al Governo, al posto di dannosi e inutili miraggi come il ponte sullo stretto di Messina”.

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